Almeno sulla carta, la Cina limita il potere della polizia di detenere i dissidenti senza informare i familiari. Lo prevede un emendamento di riforma alla legge di procedura penale presentato ai parlamentari dell’Assemblea nazionale del popolo (Anp), riunita a Pechino per l’annuale sessione plenaria. Il testo distingue tra due generi di detenzione: quella regolare e quella in una residenza sorvegliata. In quest’ultimo caso i detenuti sono rinchiusi in luoghi segreti scelti dalla polizia, diversi dalle loro abitazioni. L’emendamento prevede che i familiari debbano essere avvisati entro 24 ore, a meno che sia impossibile rintracciarli o che la comunicazione possa intralciare le indagini. L’obbligo di informare la famiglia varrà anche per i reati contro la sicurezza nazionale, per i casi di terrorismo e per i gravi episodi di corruzione, ma non se il sospettato è sotto detenzione regolare in carcere. In questo caso la comunicazioni non saranno necessarie.

La bozza pone fine a mesi di speculazioni e dibattiti sull’ipotesi di legalizzare la sparizione dei dissidenti avanzata lo scorso agosto. Lanciata con un articolo sul Legal Daily, la proposta prevedeva che il sospettato potesse essere messo sotto sorveglianza “in un luogo diverso dal proprio domicilio” per un periodo non superiore ai sei mesi e senza informare nessuno. Il governo aveva poi cercato di correggere il tiro in risposta alle critiche della stampa internazionale e alle proteste delle associazioni per la tutela dei diritti umani e di attivisti come Hu Jia, premio Sakharov nel 2008, che paragonò i metodi della polizia cinese a quelli del Kgb. Un commento sul Global Times, tabloid in inglese della famiglia del Quotidiano del popolo, cercò di fugare i dubbi presentando il testo secondo l’ottica cinese.

Secondo questo punto di vista, fermare un funzionario corrotto senza farlo sapere avrebbe impedito l’eventuale fuga dei complici, così come arrestare un dissidente che attentava alla sicurezza dello Stato gli avrebbe impedito di tenere i contatti con altri cospiratori, il tutto nel pieno rispetto delle leggi della Repubblica popolare. Appena ieri, tuttavia, Amnesty International ha mandato ai tremila delegati dell’Anp un memorandum in cui contesta la logica delle detenzioni segrete e il reato di minaccia alla sicurezza nazionale usato per reprime le voci contrarie al governo. Con l’accusa di terrorismo sono invece spesso bollate le rivendicazioni autonomiste degli uiguri e dei tibetani. Nel primo caso facendo leva sugli attacchi di gruppi islamisti con presunti legami in Pakistan cui Pechino riconduce l’interno movimento uiguro. Nel secondo caso arrivando a definire atti terroristici le auto-immolazioni dei tibetani per protesta contro l’occupazione cinese.

La vaghezza del reato di minaccia alla sicurezza nazionale ha inoltre reso possibile la detenzione o il fermo di decine di attivisti nel tentativo di reprimere sul nascere movimenti che potessero ispirarsi alle sollevazioni della primavera araba. Il caso più noto è quello dell’artista Ai Weiwei, tra le voci più critiche del panorama intellettuale, fermato il 2 aprile all’aeroporto di Pechino, incriminato per evasione fiscale e riapparso dal nulla dopo 81 giorni con l’obbligo del silenzio sul periodo di detenzione. Obbligo che l’artista viola regolarmente sui social network e con articoli sulla stampa internazionale sebbene da allora sia agli arresti domiciliari. Per Ai, questi casi di detenzione “mostrano la paura della politica odierna” e “sono un pericolo sia per i cittadini sia per lo stesso sistema giuridico”. Meno attenzione ha invece ricevuto il caso dell’avvocato Gao Zhisheng scomparso per 20 mesi prima che la polizia spiegasse al fratello che si trovava in cella nella provincia dello Xinjiang, estrema propaggine occidentale della Cina. Per il vicepresidente del comitato permanente dell’Anp Wang Zhaoguo, l’emendamento sottolinea l’impegno cinese per il rispetto e la tutela dei diritti umani “Bisogna limitare le eccezioni e i casi in cui non è possibile notificare gli arresti alla famiglia”, ha detto.

Wang ha spiegato anche gli altri emendamenti a una legge che risale al 1979 ed è stata modificata 16 anni fa: da quello che vieta l’uso nei processi di confessioni estorte con la violenza o la tortura, a quello che stabilisce i poteri della Corte suprema nel riesame delle sentenze di condanna a morte. “Il vero tema non è tanto cosa dice legge, ma come è applicata”, ha sottolineato l’avvocato pechinese Pu Zhiqiang alla Reuters, “normalmente il Partito comunista può giocare secondo le regole, ma in circostanze particolari le può rompere”. Come scrive su Twitter Nicholas Bequelin di Human Rights Watch: “L’apparato di sicurezza non avrà nuovi poteri, questa è una vittoria, ma rimangono ancora molti dubbi”.

di Andrea Pira