Quando alla fine di gennaio sono stati inaugurati i quartieri generali dell’Unione africana ad Addis Abeba, in Etiopia, un miliardo e trecento milioni di persone sono state scosse da un fremito. Il palazzo è stato completamente finanziato dalla Cina, per una spesa totale di più di 150 milioni di euro. La torre del palazzo è la più alta della città e simbolizza gli stretti legami tra Repubblica popolare e continente africano. Così sono girate in rete le foto degli edifici che la Cina ha regalato ai paesi “meno sviluppati”. Sono edifici di dimensioni spropositate, ma direttamente proporzionali al volume di scambi commerciali con quei paesi. E i maggiori beneficiari sono i paesi africani.

Qualche settimana più tardi la televisione di stato cinese ha lanciato Cctv Africa. Trasmette da Nairobi, in Kenya, e il suo personale è quasi tutto locale. Per i pochi, giovanissimi, giornalisti cinesi è un’avventura. Il clima per loro è avverso ma, lontani dalla madrepatria, la censura è molto più debole: l’accordo con Pechino è di valutare “caso per caso” senza prendere decisioni a priori sui cosiddetti “argomenti sensibili”. E inoltre sperimentano un internet finalmente libero e il confronto costante con colleghi che hanno tutta un’altra esperienza di giornalismo. Ma come in patria la Cctv Africa prediligerà le buone notizie alle cattive, perché anche gli africani sono stufi di vedere come nei media internazionali si racconti solo della loro miseria.

Dal primo intervento cinese nell’Africa subsahariana, di tempo ne è passato. All’epoca, era il 1960, la Cina aiutò la Guinea a costruire una fabbrica di sigarette. Oggi costruisce infrastrutture incentivando le economie locali in cambio di materie prime in quasi tutti i paesi africani. Il Centre of Chinese Studies si occupa proprio di studiare la presenza cinese in Africa e i dati sono impressionanti.

Molti parlano, a ragione, di un nuovo modello di colonialismo. Altri sostengono che non è esattamente così e che i cinesi non interferiscono con le decisioni dei governi locali (e anche su questa cieca non ingerenza in molti hanno da ridire). Ma non voglio fare qui analisi geopolitiche o parlare di quant’è cresciuto il Pil dei singoli paesi africani.

Ancora alla fine del 2007 erano almeno 750 mila i cinesi che lavoravano in Africa. Probabilmente oggi sono ancora di più. Voglio riflettere un attimo su queste centinaia di migliaia singoli individui. E il documentario indipendente  When China Met Africa si sofferma proprio su questo.
Segue le storie di tre persone in Zambia: due cinesi (un contadino e il vincitore dell’appalto per la costruzione di una strada) e il ministro del commercio locale. Entra nella loro quotidianità, nei rapporti che si costruiscono tra persone culturalmente e fisicamente incredibilmente lontane. Ci racconta sì, di tensioni e ingiustizie. Ma soprattutto ci mostra che, dietro i grandi numeri della corsa alle materie prime, ci sono sempre persone ordinarie che cercano, a fatica, di migliorare le proprie condizioni. Un aspetto che troppo spesso si dimentica.