I tenui barlumi di una possibilità di tregua, in Siria, si sono spenti oggi con la ripresa delle cannonate su Homs. Le forze siriane hanno infatti ricominciato a martellare con l’artiglieria la città, ormai diventata simbolo della rivolta contro il regime del presidente Bashar Assad, rivolta che tra pochi giorni ‘compie’ un anno. In dodici mesi, secondo le ultime stime dell’Onu, almeno 7.500 persone sono state vittime della repressione, quasi la metà di queste nella sola città di Homs, da più di un mese sotto assedio.

Secondo testimonianze dei Comitati locali di coordinamento, una delle articolazioni dell’opposizione siriana, citate da Al Jazeera, la zona più colpita anche oggi è quella del quartiere di Bab Amro, dove invano gli operatori della Croce rossa internazionale hanno cercato di far entrare un convoglio di aiuti per portare soccorso alla popolazione civile. Il convoglio con 15 tonnellate di aiuti umanitari è stato bloccato dalle forze governative all’ingresso del quartiere, conquistato giovedì dalle forze regolari siriane, che starebbero adesso procedendo a ‘ripulirlo’ da quelli che per il governo di Damasco sono ‘gruppi terroristici’. Le testimonianze degli operatori internazionali che nei giorni scorsi sono riusciti ad entrare a Bab Amro parlano di “estesa distruzione”, mancanza di energia elettrica, scarsità di cibo, acqua e medicinali per i molti feriti che ancora si trovano nel quartiere. Sono i resoconti evocati venerdì dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, che in un discorso al Palazzo di vetro ha parlato di “racconti inquietanti” sulla situazione a Homs, dove “i civili si sono ridotti a bere neve sciolta”.

I combattenti del Free Syria Army che avevano lasciato Bab Amro tra giovedì e venerdì si sono rifugiati in altre zone della città, quelle che, secondo fonti locali, sono adesso sotto attacco. I colpi di mortaio e di artiglieria, infatti, cadono anche su Khaldiya, Bab Sbaa e Khalder, zone adiacenti a Bab Amro. Gli abitanti di questi quartieri temono adesso che la stessa operazione di ‘pulizia’ che il governo siriano ha annunciato per Bab Amro possa poi essere estesa al resto della città. Combattimenti sono stati segnalati anche a Rostam, nel centro del Paese, dove sarebbe forte la presenza delle milizie del Free Syria Army.

Al coro internazionale di quanti fanno pressione su Damasco per una tregua, si è intanto unito anche il governo cinese. Pechino ha offerto una tregua, per entrambe le parti, ma continua a insistere che non debba esserci alcun intervento internazionale in Siria e sottolinea che “le pressioni per un cambio di governo o le sanzioni non servono a migliorare la situazione”. Un giudizio non condiviso dalla Turchia, secondo cui la mancanza di azioni internazionali sta consentendo al regime siriano di procedere con la più feroce repressione. Il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu, ieri, ha paragonato Homs a Sarajevo e Srebrenica. Non è solo un paragone per descrivere la catastrofe umanitaria. Il massacro di Srebrenica specialmente (3 mila uomini musulmani uccisi dalle forze irregolari serbo-bosniache) è diventato per molti musulmani uno dei simboli dell’indifferenza occidentale (i caschi blu che avrebbero dovuto proteggere i musulmani bosniaci nella città erano olandesi) quando le vittime sono fedeli di Allah. Davutoglu ha parlato sabato, in una conferenza stampa congiunta con il ministro degli esteri italiano Giulio Terzi, e ha accusato apertamente Damasco di “crimini contro l’umanità”.

E intanto oggi sono partite da Damasco verso Parigi le salme di Remi Ochlik e Marie Colvin, il fotoreporter francese e la giornalista statunitense uccisi a Homs alcuni giorni fa. La salma di Colvin proseguirà poi per gli Usa, domani o martedì, secondo quanto dichiarato da un delegato del Sunday Times, il giornale britannico per cui lavorava.

Secondo il Washington Post, infine, l’intelligence statunitense sostiene che l’Iran abbia aumentato il sostegno logistico e militare alle forze regolari siriane. Il quotidiano statunitense, citando fonti dell’intelligence, dice che il generale iraniano Qassem Suleimani, comandante delle forze speciali dei Pasdaran, sarebbe stato a Damasco alcune settimane fa e che l’appoggio iraniano comprenderebbe sia sistemi di sorveglianza che armi ed equipaggiamenti. L’Iran inoltre starebbe fornendo addestramento alle forze di intelligence siriane e ci sarebbe personale militare iraniano nel Paese. Un membro delle forze armate di Teheran, secondo il Post, sarebbe stato ferito e catturato proprio durante una delle operazioni di repressione.

di Joseph Zarlingo