Lo sgombero della Innse

Il racconto non può che iniziare da Milano, da Roberto e Stefano: “occhi scuri, tute blu e una diffidenza che si respira”. I primi, con altri tre compagni, a ribellarsi alla chiusura della loro fabbrica e a inaugurare una nuova e inedita forma di lotta: il 2 agosto 2009, mentre centinaia di poliziotti e carabinieri presidiano i cancelli dell’Innse di Lambrate, periferia milanese, loro aggirano i controlli, entrano in azienda e salgono su una gru.

Comincia così quella che verrà chiamata “la stagione dei tetti” e che Michela Giachetta, giovane giornalista precaria, racconta in un libro-reportage forte e partecipato: Assalto al cielo – La classe operaia va sui tetti (Fandango), in libreria dal 5 marzo.

Come ogni cronista che si rispetti, Giachetta ha consumato le suole delle scarpe nel pellegrinaggio che l’ha portata in dieci fabbriche (ma anche all’Ispra, il prestigioso ente di ricerca scientifica) che hanno adottato questa estrema forma di lotta, dove ha ascoltato gli uomini e le donne che hanno dato l’assalto al cielo per non essere più invisibili.

Storie diverse ma paradigmatiche di un mondo, quello del lavoro, che è cambiato radicalmente negli ultimi anni, anche se non sempre ineluttabilmente. La storia dell’Innse è lì a dimostrarlo: licenziati da un giorno all’altro, per prima cosa gli operai hanno occupato la fabbrica e continuato a produrre i pregiati componenti in lamiera che i committenti continuavano a richiedere, dimostrando così che un mercato c’era e che lo smantellamento di macchinari ed esseri umani era funzionale solo alla speculazione edilizia che si voleva fare su quei terreni. È stato quando i proprietari hanno cominciato a portare via le macchine che un drappello di loro ha deciso di giocarsi il tutto per tutto ed è salito a 17 metri da terra, su quella gru lercia di olio e grasso nel caldo infernale dell’estate.

Otto giorni ci sono restati, il tempo di accendere l’interesse di sindacati, media, istituzioni e di trovare un nuovo proprietario. Oggi in fabbrica ci sono 48 operai e altri quaranta dovrebbero essere assunti entro l’anno, con importanti commesse all’orizzonte. C’è anche il progetto di una scuola all’interno della fabbrica, un apprendistato condotto dagli operai più anziani che insegnano ai giovani usciti dagli istituti tecnici.

Come hanno fatto gli operai dell’Innse a vincere? “Nei momenti di difficoltà ti rendi conto che quando un operaio si mette in testa una cosa la fa. Puoi vincere o perdere ma la fai. Noi abbiamo tenuto duro” è la risposta di Roberto e Stefano, che parlano a nome di tutti i loro compagni. “O la morte o il lavoro. O fai così o dove cazzo vai?”.

Non a tutti gli scalatori delle fabbriche è andata altrettanto bene. Di sicuro non ai dipendenti della Videocon di Anagni. È il 19 ottobre 2009 quando una cinquantina di persone, a turno, sale sul tetto della fabbrica. I primi tolgono la bandiera indiana (simbolo della proprietà) e la sostituiscono con il tricolore italiano. Altri 700 invadono l’autostrada Roma-Napoli in entrambe le corsie di marcia. E anche loro si guadagnano finalmente l’apertura dei telegiornali e le prime pagine dei quotidiani. La riconversione che cinque anni prima i nuovi proprietari (gli indiani) avevano tentato, non ha dato frutti e l’azienda ha annunciato l’apertura della procedura di mobilità. Da allora la maggior parte degli operai (erano 1.400 nel 2007) è a casa, in cassa integrazione e in cerca di un nuovo proprietario che eviti il fallimento dell’azienda.

Giachetta incontra alcuni di loro che si ritrovano quotidianamente ai tavolini di plastica di un bar vicino alla fabbrica. Parlano delle trattative fallite, degli accordi sfumati, del duro lavoro in fabbrica, delle vessazioni subite, come quando Luciana non ha avuto il permesso di andare in bagno e allora ha fatto pipì lì, in mezzo allo stabilimento. Ma eludono ogni domanda sul privato: “Ci hanno invitato a molte trasmissioni televisive, ma non siamo andati perché mi vergogno di far sapere a mio figlio che suo padre non ce la fa a fare questo e quest’altro” dice uno di loro. Quasi tutti sanno che non torneranno in fabbrica, ma ci sperano. Qualcuno, ha deciso di non aspettare chiuso in casa che l’azienda gli riapra le porte e si è reinventato una vita, come Emilio, che a cinquant’anni ha messo in piedi una compagnia teatrale. E aspetta sul palco, mettendo in scena tragedie finte, un lieto fine per la sua tragedia autentica.

Il viaggio di Michela Giachetta prosegue verso altri tetti: quelli della Yamaha, la casa produttrice di moto per la quale Valentino Rossi ha corso fino al 2010 e i cui dipendenti sono da due anni in presidio davanti all’azienda, e quelli dell’industria tessile Novaceta di Magenta (Milano), altro caso di tentata speculazione edilizia sui terreni della fabbrica. E poi la Maflow di Milano, multinazionale dei tubi di condizionamento per auto, la Kss di Rivalta (Torino) specializzata in volanti per automobili, l’Ages di Santena (Torino) che fabbricava tubi in gomma e autovibranti per automobili.

Poi giù fino a Nocera Umbra, dove nel 1997 il terremoto ha buttato giù case e distrutto vite e dieci anni dopo un altro terremoto ha scosso pericolosamente quel poco che era rimasto in piedi, come la Merloni, grande e nota fabbrica di elettrodomestici: nel 2008 lo stabilimento ha chiuso i battenti e da allora i lavoratori sono saliti sul campanaccio (30 metri d’altezza, simbolo della cittadina) per ben tre volte. Oggi, solo un terzo dei dipendenti può tornare al lavoro con un nuovo proprietario.

Non poteva mancare, nel viaggio, il Gazometro di Roma, nel cuore del quartiere Ostiense, dove sono saliti i dipendenti della Conus (i “letturisti” dei contatori) e tantomeno l’Eutelia, l’azienda di telecomunicazioni la cui sede romana sorge in quella che l’autrice definisce Desert Valley, sulla Tiburtina, e dove lei stessa lavora, come precaria, in un altro palazzo, quello che ospita il quotidiano DNews. Così fra le tante testimonianze raccolte, c’è anche la sua: le ricerche per il libro Michela le ha fatte nei giorni di libertà forzata dal lavoro, le “giornate di solidarietà” (oggi sono sette al mese) per poter continuare a lavorare.

Qual è, fra le tante, la storia che l’ha segnata di più? “Quella della Novaceta di Magenta” risponde Michela. “Mi ha colpito la determinazione dei lavoratori a salvare la fabbrica, il loro attaccamento al lavoro. Si pensa che gli operai pensino solo allo stipendio, al posto e i proprietari alla fabbrica. In questo caso è accaduto esattamente il contrario. Per il padrone lo stabilimento aveva valore solo per il terreno dove, al suo posto, si sarebbe dovuto costruire un albergo. Gli operai hanno invece fatto di tutto per riconvertire e riavviare la produzione: hanno studiato le carte, sono diventati tecnici, ingegneri. E hanno dimostrato che lì non si poteva costruire nessun albergo perché sotto c’è un gasdotto”. Eppure tanta dedizione non è bastata: là dove si producevano bellissimi tessuti non sorgerà un albergo, ma la fabbrica verrà con tutta probabilità smantellata.

Manca, nel viaggio di Michela, una tappa, quella ai lavoratori dei Vagoni letto a Milano e a Roma. “Non abbiamo fatto in tempo a inserirli perché la protesta è recentissima e tuttora in corso” spiega. “Fortunatamente, i riflettori sono ancora accesi oggi sulla loro protesta e spero che non si spengano domani sul loro futuro”.