“Scrivilo per favore, che facciano qualcosa. Qui dentro non abbiamo nemmeno uno specchio per farci la barba”. L’assenza di normalità passa sempre dalle cose più banali della vita quotidiana. Al Cie di Bologna per motivi di sicurezza non si possono avere neppure gli specchi in bagno per radersi. Facile capire il perché: spesso chi rimane dentro il centro di identificazione ed espulsione di via Mattei si taglia le braccia. Lo fa per rabbia e per disperazione. E perché non sa quando uscirà. “Da quest’estate si può stare anche 18 mesi in questo lager”, racconta 92/76. “Io non ho più un nome, qui mi chiamano così”.

Comunque i modi per attirare l’attenzione in questo inferno rinchiuso tra inferriate alte 5 metri sono tanti. Un ragazzo marocchino di 31 anni, da dietro le sbarre urla: “Ho ingoiato quattro batterie, non mi vogliono dare le medicine”. Non facciamo in tempo a girarci che cade in terra con tutta la sua stazza. Quando arrivano i medici e l’ambulanza, dopo pochi minuti, sembra che le batterie le abbia davvero ingoiate. Ci spiegano che è un tossicodipendente, come ce ne sono diversi altri qui dentro.

Entriamo nella sezione maschile, scortati da una quindicina di agenti col manganello nella fodera. Si teme che i reclusi inscenino proteste violente, ma l’accoglienza per i due giornalisti sconosciuti è invece calorosa. Subito tutti si fanno intorno: siamo i primi visitatori esterni che incontrano da molti mesi. Ad aprile 2011, infatti, una circolare dell’ex ministro dell’Interno, Roberto Maroni, aveva vietato l’ingresso alla stampa. Un provvedimento revocato a fine anno dalla nuova titolare del Viminale, Annamaria Cancellieri.

Appena i “trattenuti” (un eufemismo per definire quelli che le carte ufficiali chiamano “ospiti”, ma che a tutti gli effetti sono dei detenuti) si mettono in cerchio intorno a telecamera e taccuino, cominciano a elencare le loro richieste al mondo esterno. Prima di tutto dei tagliaunghie: “Ce n’è uno per tutti e cinquanta qui dentro”, racconta Gebir, che mostra anche le sue gambe gonfie : “Quando sono entrato 15 giorni fa stavo bene, guarda ora come sono ridotti i miei piedi”.

Poi gli “ospiti”, quasi tutti tunisini e marocchini, ci portano a vedere le stanze. Lenzuola usa e getta vecchie di settimane, luride e consumate, sono poste su 5 blocchi di cemento in fila. Più che giacigli per vivi sembrano tavolacci da obitorio. Appena dentro la camerata, un ragazzo ci piazza sotto il naso uno dei pasti confezionati che passa il convento. È una specie di hamburger. Ma l’odore è rivoltante e bisogna girare la faccia per non avere un conato di vomito. E per primo? “Sempre pasta e riso, pasta e riso”. E dire che la permanenza di ognuno di loro costa alle casse pubbliche 70 euro al giorno.

Anche gli armadi sono dei blocchi di cemento armato e in un angolo in alto c’è un televisore. “Per favore dite che ci sistemino il satellite per vedere la nostra tv in arabo”, è un’altra richiesta. Del resto qui c’è poco altro da fare. “Abbiamo un’ora per giocare a pallone, poi dormire e grattarci”. E che le cose non siano destinate ad andare meglio lo spiega Franco Pilati, che dirige il servizio sociale nel Cie come consulente esterno dell’ente gestore, la Confraternita della Misericordia. “È un continuo taglio di fondi. Recentemente il Comune di Bologna ha tagliato un finanziamento per uno sportello legale che costava circa 20 mila euro l’anno. Hai presente quanti milioni si sono utilizzati per la neve in pochi giorni?”.

Un colpo di grazia per il progetto sociale all’interno del Cie bolognese potrebbe arrivare dal prossimo bando di gara per la gestione: da 70 euro si passerebbe a 30 euro al giorno a persona. La paura è che il primo a essere tagliato sia proprio il servizio sociale, quello che finora ha reso il centro di Bologna uno dei migliori in Italia. “Lo scorso anno su 665 persone transitate qui in via Mattei – spiega Pilati – 107 sono riusciti a beneficiare di nostri progetti. Hanno permesso loro di uscire e avere qualcosa da fare fuori”. Certo, metà delle persone che passano qui anche molti mesi, poi viene rimpatriata. Con Pilati lavorano una quindicina di persone, tutte giovanissime e benvolute: mediatori culturali connazionali dei reclusi, un assistente sociale, psicologi e perfino un antropologo.

Nella sezione femminile tutte aspettano solo di andare via. Sono in 16 e l’unico vantaggio, rispetto agli uomini, è che stanno più larghe. La maggior parte è composta da ex prostitute. Tra loro anche una malata di Aids conclamato, come ha denunciato ieri la parlamentare Sandra Zampa. C’è anche una diciottenne moldava che racconta con incredibile leggerezza la sua breve esperienza in Italia. “Sono stata tre mesi libera. Ho scelto di battere perché volevo fare subito dei soldi e tornare a casa per continuare a studiare. Poi però sono finita qua a ottobre e giovedì mi rimpatriano. Ma almeno ho imparato un po’ di italiano”. Punti di vista.

Il video è di Giulia Zaccariello