“Come sanno i suoi stessi leader, l’attuale modello di crescita della Cina non è sostenibile”. Il presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick non usa certo mezzi termini. E dato l’argomento in gioco, il tono delle sue parole è già di per sé una notizia. A oltre tre mesi di distanza da un rapporto non troppo lusinghiero firmato Fmi, l’assedio dei grandi attori istituzionali torna a stringersi sulla Cina riproponendo un dibattito sempre aperto e alimentando una tensione diplomatica che non passa mai di moda. Ma andiamo con ordine.

Il fatto, nota un maxi rapporto realizzato dalla Banca mondiale insieme al Development research center di Pechino e pubblicato oggi, è che il Paese continua a crescere. Ma in un futuro molto prossimo il ritmo dovrebbe calare vistosamente. Dai 9-10 punti percentuali odierni, in pratica, si passerebbe ai 5-6 ipotizzati per il 2015. Per questo, sostiene Zoellick, la Cina avrebbe raggiunto “un punto di svolta nel suo modello di sviluppo”. Una nuova strategia apparirebbe dunque “fondamentale”. La ricetta proposta dalla Banca Mondiale è piuttosto chiara: innovazione, green economy, sicurezza sociale e, soprattutto, riduzione del peso dello Stato nella vita economica del Paese. Ed eccolo, dunque, l’argomento della discordia, l’elemento che più di ogni altro deve aver scavato un solco tra Pechino e la Banca, come ammesso, per altro, dallo stesso Zoellick. La questione è centrale e non è difficile capire il perché. La Cina domanda da tempo il pieno riconoscimento del proprio status di “economia di mercato” con un obiettivo preciso: ottenere ciò che il Wto impone nelle relazioni tra le economie aperte, ovvero l’abbattimento della maggior parte dei dazi commerciali. Non è un mistero che la questione sia emersa già da tempo come possibile merce di scambio tra Pechino e l’Europa nel quadro di un eventuale coinvolgimento della seconda economia del mondo nel piano di salvataggio del Vecchio Continente.

Ma i suggerimenti di Zoellick e soci non si fermano qui. Secondo il rapporto la Cina dovrebbe impegnarsi a privatizzare maggiormente il sistema bancario abbandonando quella strategia di controllo ossessivo dei tassi di interesse e lasciando che sia il mercato a dettare il costo del denaro. E qui la faccenda si fa particolarmente complicata. Perché al di là della nota guerra valutaria Usa-Cina, i problemi sembrano riguardare lo stesso mercato interno cinese dove le grandi imprese statali (e qui torniamo alla questione precedente) hanno un rapporto privilegiato con le grandi banche che non ha eguali nel resto del Paese. Un aspetto particolarmente problematico.

La storia è nota da tempo. La banca centrale fissa tassi di interesse volutamente bassi, ovvero inferiori al giusto prezzo di mercato ponderato per il rischio, per favorire la crescita e stimolare l’ingresso di operatori stranieri. Solo che, per compensare gli effetti di questa politica espansiva, finisce per imporre alle principali banche statali di concedere preferibilmente il credito alle imprese considerate più sicure. Tagliando così fuori le piccole e medie aziende. Proprio questa clamorosa disparità di trattamento, hanno notato di recente gli analisti di JP Morgan, sarebbe alla base della nascita di un sistema finanziario alternativo sviluppatosi con l’obiettivo di raggiungere i soggetti tagliati fuori dal circuito tradizionale del credito. Insomma, prestiti di società private, trust, prestiti peer-to-peer, microcredito, attività “off balance sheets” e molto altro ancora in un vero e proprio settore ombra dove tutto sfugge al controllo e i tassi di interesse possono raggiungere anche quota 60-70%. In altre parole, l’ambiente ideale per la proliferazione di pericolose bolle speculative.

Le reali dimensioni di questo “shadow banking”, come ormai è definito da più parti, restano per altro un mistero. Il governo di Pechino lo valuta in 2 trilioni di yuan (quasi 320 miliardi di dollari). China Union Pay, l’associazione bancaria delle carte di credito cinesi, quasi nove volte tanto. Comprese tra questi estremi ci sono poi le stime degli analisti occidentali (tra cui Ubs, Barclays Capital, Credit Suisse e Société Générale), anch’esse molto variabili.