Gente che ama la luce, che non prova invidia e odiare non sa. Siamo la gente della libertà”. Questi alcuni versi del nuovo inno del Pdl.

Ora, ognuno giudicherà in base ai suoi gusti e ai suoi orientamenti politici quanto possa o non possa piacere il nuovo inno (certo, “gente che ama la luce” andrebbe bene anche per un negozio di applique). E però questa semplice canzoncina ha un valore ben più alto delle divertenti polemiche sollevate da J-Ax: si tratta in realtà di un vero e proprio spartiacque, un palo piantato nel cemento che segna un prima e un dopo.

Di Silvio, in questi anni, abbiamo conosciuto tutto, e non solo per il lavoro dei magistrati. È stato lui a raccontare della sua infanzia (la visita al cimitero americano con il padre), delle sue “conquiste”, dei suoi odi, dei suoi rancori, dei suoi successi, del Milan, dei suoi sogni, della sue promesse (un milione di posti di lavoro, la casa a Lampedusa, il “miracolo” all’Aquila, “Sconfiggerò il cancro”). È stato lui a mandare a casa nostra un libro-fotoromanzo con la storia della sua vita e (compreso Dell’Utri “esperto bibliofilo”). Lui a vantarsi di un comitato “spontaneo” che chiedeva per Silvio un Nobel per la pace (ricordate l’orrida canzone con versi tipo “C’è un Presidente, sempre presente, che ci accompagnerà: siamo qui per te, cuore e anima, un Nobel di pace, Silvio grande è”).

In tutto questo Reality Show (il “Truman show di Berlusconi” lo definì Alexandre Stille in un ritratto folgorante) c’era proprio un inno che più di ogni altra cosa lodava il potere taumaturgico di Re Silvio. Avete capito benissimo, parlo di “Meno male che Silvio c’è”. Realizzato autonomamente da tale Andrea Vantini, che lo concepì dopo aver visto una puntata di Sciuscià Michele Santoro nel 2002 (“Possibile ma che se la prendano sempre con lui?”), la canzoncina divenne poi di fatto l’ “Inno azzurro” pronto ad aprire comizi, iniziative elettorali, incontri pubblici.

Quei versi, nostro malgrado, li conosciamo tutti. “Viva l’Italia, l’Italia che ha scelto, di credere ancora in questo sogno. Presidente siamo con te: Menomale che Silvio c’è!” In questo testo, e ancora di più nel video che l’accompagnava, c’era la summa dell’Italia berlusconiana. Il gelataio, il fornaio che sforna i cornetti, il muratore, il prof e gli studenti in cravatta, i giovani che ondeggiano – con una prevalenza di bionde – il lavoratore di call center con la faccia di plastica (“Canto così, con quella forza che ha solamente, chi è puro di mente”) i tassisti, le future deputate ventenni Francesca Pascale e Annamaria Clabaria inquadrate più volte; la hola, le tipe che corrono senza sudare sui tapis roulant, il coro liberatorio.

Tutto finto, naturalmente, tutto di plastica. Eppure questa “l’Italia” che governava il Paese, che prendeva voti, che dettava bello e cattivo tempo: questa era l’Italia di Silvio.

Ora il vecchio inno va pensionato. C’è Monti, la crisi, lo spread, internet, tutto è cambiato. Come si fa ad andare in campagna elettorale cantando: “Meno male che Silvio c’è”? Dopo tutto questo sfascio? Impossibile. L’hanno capito pure ad Arcore: Berlusconi, con il suo castello di promesse, non tira più. Una stagione è finita e agli elettori Pdl ora bisogna dire: “Siamo la gente della libertà”. Ma ancora meglio sarebbe: “Meno male che Silvio non c’è”.

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