A leggere le dichiarazioni dei politici di mezza Europa sembra che l’incubo sia davvero finito. “Un accordo storico”, “l’intesa più importante dal dopoguerra”, “una soluzione che permette ad Atene di restare nella moneta unica”. Tutto questo dopo che i ministri economici dell’area euro hanno deciso di prestare altri 130 miliardi alla Grecia. Di certo il paese resterà in piedi fino al 20 marzo, data che per ora rappresentava l’ultimatum visto che quel giorno scadranno i 14, 4 miliardi di titoli di stato da rifinanziare.
Una prima tranche del prestito sottoscritto dall’Europa verrà versata subito per sistemare la falla. Ma per evitare il default restano da risolvere due incognite. La prima in ordine di tempo riguarda l’adesione degli investitori privati alla ristrutturazione del debito. Banche, assicurazioni e fondi di investimento che hanno in pancia titoli di stato greci sono chiamati a rinunciare a circa 107 dei 200 miliardi di crediti vantati. L’intesa avverrà su base volontaria, cioè ogni creditore potrà decidere se accettare o meno il cosiddetto haircut. Secondo il Fondo monetario internazionale, affinché il piano vada in porto almeno il 95 % dei creditori deve dare il suo assenso. Non è un’impresa facile, ma l’accordo sembra vicino.
La seconda incognita, più complicata da sbrogliare, è quella politica. Il problema non è infatti se i 130 miliardi dell’Ue basteranno per salvare Atene, ma se i soldi arriveranno davvero nelle casse dello stato ellenico. Perché nel piano varato dall’Eurogruppo c’è una clausola che rischia solo di rimandare il fallimento della Grecia: l’erogazione del nuovo piano di aiuti avverrà entro il 2014. Il timore dei creditori è che i greci non rispetteranno i patti presi per ricevere il denaro. Cioè non attueranno tutte le misure contenute nella legge varata dal parlamento la scorsa settimana, quella che prevede una riduzione della spesa pubblica di 3, 2 miliardi di euro grazie ai tagli su stipendi, sanità, difesa e pensioni. Ad aprile, infatti, i cittadini ellenici andranno alle urne per scegliere il nuovo governo. E tutto fa pensare che nel nuovo esecutivo ci saranno parecchi politici che agli accordi con la Troika si sono sempre opposti.
Secondo il più recente sondaggio, condotto da Gpo per il canale tv Mega, i due maggiori partiti, quelli che stanno sostenendo l’esecutivo del tecnico Papademos, insieme raggiungerebbero il 32, 6 %. Il Pasok (centro sinistra) dall’inizio della crisi ha perso molti consensi e oggi prenderebbe il 13, 1 % dei voti. Andrebbe paradossalmente meglio a Nea Dimokratia: nonostante la responsabilità per aver truccato i conti pubblici innescando la crisi che ha portato all’attuale situazione, il partito di centro-destra oggi otterrebbe il 19, 4 % dei voti. Comunque troppo poco per governare da solo.
Continuano invece a crescere i consensi per i partiti che alla cosiddetta austerity si sono sempre opposti: se si votasse oggi, Sinistra democratica, Partito Comunista e Coalizione della Sinistra insieme otterrebbero il 27, 8 % dei consensi. Resta circa un 30 % di indecisi che nei prossimi due mesi, mentre i nuovi tagli si tradurranno in realtà, dovranno decidere che fare ad aprile. Che cosa succederà se al governo andrà la sinistra radicale? Il nuovo esecutivo potrebbe decidere di non ripagare i debiti e uscire dall’euro. Per i creditori sarebbe un colpo pesantissimo, ma secondo diversi analisti l’eventualità è già stata scontata.
Il salvataggio approvato dall’Eurogruppo lunedì notte, ha scritto il Wall Street Journal, non è quello della Grecia, ma di Spagna, Italia e Portogallo. Che grazie alla nuova boccata d’ossigeno data ad Atene, niente più che un allungamento dell’agonia, avranno più tempo per rafforzarsi ed evitare il contagio. Il tutto sulle spalle dei cittadini greci. Che alla fine, comunque, vedranno fallire il loro stato e andare in fumo i risparmi di una vita.
(Il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2012)













