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Ines Tabusso
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L’antiquario, il ministero, e un povero Cristo

Ipse dixit: “D’ora in poi, chi dubiterà, dovrà portare prove a danno dell’opera“.
Così intimava Vittorio Sgarbi, nel dicembre del 2008, a chiunque non volesse riconoscere la paternità del giovane Michelangelo per il Cristo ligneo appena acquistato dal ministero dei Beni culturali. E per quale motivo? Perché ”prima di tutto bisogna affidarsi agli occhi. E’ un’opera bella, nella sua dolcezza, nella misura. Esprime una gentilezza di un momento aurorale della sua produzione, che si esprimerà poi con la forza e potenza delle forme”, e poi l’offerta era conveniente, il prezzo stracciato: “un Michelangelo comprato al prezzo di un Sansovino”.

Oggi apprendiamo dallo stesso Sgarbi che il ministro Bondi, il primo dicembre del 2008, gli”comunicò con entusiasmo di avere firmato un decreto di acquisto del crocifisso attribuito a Michelangelo”, ma che non ricevette i complimenti del noto storico dell’arte: “Dissi al ministro che se mi avesse chiamato una settimana prima, gli avrei dato ogni elemento per evitare l’acquisto dell’opera interessante, ma senza alcun fondamento documentario che ne avvalorasse l’attribuzione. Un’opera bella, ma non certa, non si compra. Neanche a un prezzo considerato vantaggioso, che doveva insospettire”.

Che ingenuo il ministro! Continua Sgarbi, insolitamente accomodante: “Il crocefisso era stato offerto a 18 milioni di euro al ministero, a banche, a privati, per poi essere ceduto a 3,2 milioni. Nel suo candore, e lo comprendo, a Bondi la cifra sembrava conveniente. Era stato d’altra parte orientato dall’autorevolezza degli esperti, ma era stato mal consigliato dal Comitato di settore che ha l’esclusiva responsabilità dell’incauto acquisto”.

Giusto, mai fidarsi degli esperti, soprattutto se sostengono che “prima di tutto bisogna affidarsi agli occhi” (ma non ti informano su quello che andrebbe fatto dopo). Gli studiosi ti possono orientare, poi però occorre fare attenzione ai cattivi consiglieri del Comitato di settore.

E qui, se è consentito, si vorrebbe proporre un nome per il prossimo Comitato di settore, se mai in futuro ce ne fosse bisogno per altri acquisti. Si tratta del dottor Giuseppe Castronovo, il consigliere comunale di Torino che il 3 febbraio 2006, avuta notizia che presso la Biblioteca Reale, in occasione delle olimpiadi invernali, sarebbe stato esposto al pubblico un crocifisso ligneo (sì, sempre lui, sempre lo stesso), che alcuni esperti attribuivano a Michelangelo Buonarroti, decise di interpellare il sindaco e l’assessore competente per sapere due o tre cosette di cui anche Bondi, due anni dopo, avrebbe fatto bene a tenere conto.

Chiedeva Castronovo:

“quali fondamenti abbia tale attribuzione, attestata da perizie di alcuni esperti che formulano considerazioni e valutazioni alquanto generiche, senza elementi certi che possano farlo considerare opera autografa di Michelangelo;

se corrispondano a verità le voci relative all’intenzione della città di acquisirlo, dopo essere stato visionato nello scorso mese di giugno (insieme con il proprietario) dal sindaco e dall’assessore Alfieri;

se non si tratti di una “operazione mediatica” abilmente costruita tramite altre esposizioni preliminari avvenute precedentemente, prima a Firenze e poi a Tokyo;

sulla base di quali elementi ne sia stata fatta una valutazione pari a 18 milioni di Euro, certamente superiore rispetto al reale interesse di detta scultura, con attribuzione non adeguatamente documentata;”

Evidentemente le risposte all’interpellanza suggerirono di rinunciare all’acquisto del crocifisso, ma al ministero nessuno deve averci fatto caso. Come nessuno ha tenuto conto delle opinioni che altri studiosi avevano espresso dopo che il crocifisso era stato esposto a Firenze, al museo Horne.

William Wallace, Professore di Storia dell’arte alla Washington University di St Louis, un’autorità su Michelangelo, nel 2004, notava, giustamente guardingo, che “la frequenza dei ritrovamenti michelangioleschi – compresi documenti, disegni, e anche un candeliere – è passata dall’uno ogni due anni del secolo scorso ai due all’anno, in media, a partire dal 1996. Nell’ultimo anno le scoperte di nuovi Michelangelo sono state tre, la più recente è una piccola scultura in legno raffigurante Cristo che è stata presentata in una mostra al museo Horne di Firenze”.

Secondo Wallace “non si tratta più di una semplice questione di prestigio che riguarda alcuni miliardari in giro per il mondo. L’arte è diventata una commodity per investitori e mercanti”. E, per quanto riguarda le “scoperte”, “la gente muore dalla voglia di farle. E’ una prospettiva eccitante per qualsiasi amante dell’arte. Ma c’è anche un incentivo economico. Se si può provare l’autenticità di un oggetto, e si trova un compratore, in quattro e quattr’otto si comincia a parlare di centinaia di milioni”.

Anche uno dei più accreditati esperti di arte rinascimentale, James Beck, professore di Storia dell’Arte alla Columbia University, ora scomparso, aveva espresso dei dubbi: “A quanto pare ogni anno o due assistiamo alla scoperta di un nuovo Caravaggio o di un nuovo Michelangelo”.

Secondo il professor Beck, che presiedeva ArtWatch International, un organismo che si prefigge di controllare restauri poco rispettosi e attribuzioni troppo ottimistiche “le ridotte dimensioni dell’opera e il fatto che fosse stata scolpita nel legno sarebbero dovuti bastare per ritenere poco probabile l’attribuzione a Michelangelo, il quale, ai tempi della presunta creazione, eseguiva le sue opere unicamente in marmo di Carrara” ma “ancora più disastrose erano le strane proporzioni della figurina: la testa piccola, il torso compatto, e le gambe lunghe e pesanti”.


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