Si è sparato un colpo Stephen Brown, l’allevatore di maiali del Norfolk, nel Regno Unito, “sconvolto” dalle accuse di abuso e crudeltà nei confronti degli animali mossegli dall’associazione Animal Equality. A inchiodarlo era stato un video girato di nascosto da un attivista del gruppo animalista fattosi assumere la scorsa estate: oltre 200 ore di pellicola e 300 foto che documentano casi di orrendi maltrattamenti da parte dei lavoratori dell’allevamento: maiali colpiti a morte con spranghe di ferro, scorticati a lama di coltello, abbandonati a se stessi con la testa fratturata sul cemento e piaghe purulente su tutto il corpo, per dirne solo due o tre a caso.

Eppure, Stephen Brown era un uomo rispettabile e rispettato. Come il Bruto di Shakespeare, una brava persona, un uomo d’onore: “figlio affettuoso, padre e marito devoto, interamente dedito alla sua famiglia e al suo allevamento” (dichiarazione di un amico alla BBC), una figura su cui contare, qualcuno “che non lasciava mai nulla di intentato pur di aiutare un amico in difficoltà” (dichiarazione di un collega al Norwich Evening News).

Come se non bastasse, l’allevamento di Stephen Brown era certificato da anni, insieme con altre 78.000 aziende agricole britanniche, da Red Tractor Assurance, un marchio di qualità molto rinomato nel cui consiglio siedono delegati della National Farmers’ Union, di Dairy UK, del British Retail Consortium, accademici di prestigio, rappresentanti dei consumatori e dei veterinari, esperti indipendenti e di movimenti animalisti, tutti incaricati di “garantire che gli alimenti siano sani e gli animali trattati bene”.

Great food, great farming – ottimo cibo, ottimi allevamenti – recita il logo di Red Tractor. Chissà che cosa intendono tutti costoro per “brava persona” e per “ottimo cibo”.