Venticinque anni: il limite è quello. Appena li compi, non cresci più. Non invecchi più. Resti come sei per tutto il tempo che ti resta. Quanto? Dipende. Non dalla biologia, ma dall’economia. Nel mondo messo in scena da Andrew Niccol in In Time i ricchi hanno a disposizione un capitale di secoli, mentre il display digitale tatuato sull’avambraccio dei poveri indica sempre una disponibilità temporale di poche ore. Tanto che i ricchi, chiusi nei loro lussuosi quartieri-fortilizi, passano il tempo a perdere tempo, mentre i poveri impiegano un’intera giornata di lavoro per guadagnare qualche altra ora di vita.
Il tempo scorre, inarrestabile, in una sorta di perenne countdown inciso sulle braccia di tutti. Quando il countdown termina e il display si azzera, il corpo si disconnette e – tecnicamente – muore. La regola è chiara anche se nascosta: « Molti devono morire perché pochi possano essere immortali ». Il mondo di In Time funziona così: è un paradigma esemplare di darwinismo sociale.
Insieme, è un’illustrazione perfetta del cosiddetto capitalismo immateriale. Non c’è denaro, nel mondo di In Time. È stato sostituito dal tempo. È il tempo il valore. L’unico. Il solo universalmente ambito, desiderato, scambiato, agognato. Un caffè costa 4 minuti, una corsa in autobus 2 ore, una cabrio decappottabile 59 anni. Per pagare, si infila il polso con il display temporale in una sorta di bancomat cronologico che ti preleva il tempo / costo equivalente al valore della merce / servizio che hai acquistato.
Una giornata di lavoro, per gli operai che vivono nei ghetti, ha come salario un’altra giornata di lavoro. Come dire: lavorano per “comprarsi” il tempo / diritto a poter lavorare anche il giorno dopo. I ricchi, invece, possono permettersi di perdere secoli in una sola mano di poker. Loro, il tempo, ce l’hanno: hanno trasformato la forza-lavoro dei poveri in capitale temporale privato. I poveri combattono per non morire, i ricchi sono praticamente immortali ma non sanno più godersi la vita.
Che In Time sia il primo blockbuster marxista della storia di Hollywood? Se andate a curiosare un po ’ in rete, troverete che il film ha parecchi detrattori. Colpiscono, soprattutto, quelli che lo liquidano come una banale versione futurista di Bonnie & Clyde. Sarà. A me pare piuttosto che risponda a un altro progetto: nella prima parte siamo chiamati ad apprendere i meccanismi di funzionamento di quel mondo. Poi, da un certo momento – diciamo più o meno da quando il protagonista (Justin Timberlake) capisce come funziona quel mondo e si ribella alle sue regole alleandosi con una bella ereditiera annoiata (Amanda Seyfried) – assistiamo alla ripetizione quasi ossessiva di gesti che sfidano le leggi che abbiamo conosciuto nella prima parte.
Con Justin e Amanda che più che a Bonnie & Clyde assomigliano a una versione cronofila di Robin Hood. Rubano ai ricchi per dare ai poveri (« È rubare se rubi qualcosa che è stato rubato?»). E contrappongono a un mondo dominato da kronos (il tempo misurabile, commerciabile, vendibile e comprabile) l’irruzione disgregante di kairos (il tempo mercuriale del vissuto, il tempo non misurabile della rivelazione …). Dopo Gattaca, S 1 mOne e Lord of War (ma anche dopo sceneggiature epocali come The Truman Show e Terminal), il neozelandese Andrew Niccol conferma con In Time di essere uno dei pochi registi hollywoodiani ancora capaci di creare mondi possibili in cui ritrovare segni tracce impronte e orrori del mondo “vero” in cui ci è dato di vivere. Questa volta lo fa usando l’arma del paradosso.
Dal momento che tutti i personaggi nel film mostrano 25 anni (anche se ne hanno 100 o 200), In Time è un film senza vecchi. Un film dove tutti i personaggi sono forever young. Giovani, carini, molto glamour. Quasi sexy. Qualcuno ha visto in ciò il limite del film e invece è vero l’esatto opposto: In Time svela la ferocia del capitalismo usando i mezzi e i linguaggi con cui in genere il capitalismo mette in atto le proprie pratiche di seduzione e di fascinazione.
In Time, di Andrew Niccol, 109 ’, Usa
Gianni Canova
Saturno, 20 febbraio 2012













