Cosa succederebbe se la vostra tranquilla, ordinaria, pigra esistenza in ciabatte venisse ad un tratto sconvolta e vi ritrovaste catapultati in un vortice adrenalinico di spie, segreti, complotti aventi per finalità il dominio dell’universo, pallottole vaganti alla Matrix, e voi non capiste il perché e percome, e nemmeno una parola di quello che viene detto dal vostro migliore amico o da vostra moglie?

E’ quello che succede al povero Lillo, al secolo Pasquale Petrolo, nello spettacolo L’uomo che non capiva troppo, in scena al Teatro delle Celebrazioni venerdì 17 e sabato 18. Sulla scena assieme a lui a tessere le file di questa improbabile e surreale spy-story l’amico e collega Greg (Claudio Gregori), entrambi autori della trasposizione teatrale di uno sketch della fortunata trasmissione radiofonica Seiunozero, in onda con successo dal 2004. Un successo che ha convinto i due comici-musicisti-autori telelevisivi- fumettisti a proporre dal vivo i loro strampalati personaggi. Con successo, dato che la primissima dello spettacolo al Teatro Olimpico di Roma lo scorso 13 dicembre ha registrato il tutto esaurito. Bologna è la prima tappa del tour che porterà la piece in giro per l’Italia.

Com’è nata l’idea di portare su un palcoscenico un pezzo nato in radio e per la radio?

In realtà non ci sono state grosse difficoltà ad immaginarlo: L’uomo che non capiva troppo è stato concepito come una specie di omaggio surreale ai radiodrammi di un tempo, una storia recitata alla radio, come quando si faceva la versione radiofonica, che so, dei Promessi sposi. Il test al Teatro Olimpico, che ci spaventava un po’ date le dimensioni del teatro, è andato molto bene e ci ha convinti a proseguire portando lo spettacolo in tour.

Incomprensione, incomunicabilità, codici linguistici stravolti…vi si potrebbe scambiare per Beckett.

Ma l’incomprensione ha effetti comici, ci ha sempre divertito molto, abbiamo anzi tanti personaggi che in un modo o nell’altro non si capiscono. Se a questo si aggiunge che si tratta pure di una spy story, cioè una di quelle vicende intricatissime nelle quali anche se si parlasse chiaro non si capirebbe comunque nulla, l’effetto comico dell’incomunicabilità è amplificato. E’ il gioco dell’assurdo, ed è quello che facciamo sempre e che crediamo ci riesca meglio.

Ci sono degli ambiti esemplari per incomunicabilità nel nostro tempo?

Più che nel nostro tempo direi che ci sono delle costanti, che si ripetono con minime variazioni. L’incomunicabilità tra politica e cittadini, ad esempio: il politichese c’è sempre stato ma oggi la sua incomprensibilità aumenta, evidentemente per la necessità di nascondere magagne sempre più grandi: la non chiarezza è un rifugio comodo, vincente. E vogliamo poi parlare di uomini e donne? Questa è una storia atavica, congenita, naturale, per quanto non si possa generalizzare il maschile e il femminile sono due mondi diversi, con differenti linguaggi.

Ultimamente ci sono state delle polemiche su alcuni comici rei di aver utilizzato battute già sentite, magari girate in rete o nei social network. Cosa ne pensate? Il plagio in comicità è reato veniale o grave?

La nostra comicità è una comicità dell’assurdo, che trova i suoi riferimenti nel mondo anglosassone, dai Monty Phyton a Mel Brooks. Non percorrendo una comicità di battuta e satira sul contemporaneo è più difficile incappare in questi problemi. Certo che le citazioni escono, è inevitabile: possono essere sotto forma di omaggio, può essere uno sketch che nasce ispirato a qualcun altro. Non diamo giudizi, diciamo solo che a noi non è capitato.

Avete cominciato a lavorare insieme come comici a seguito del fallimento della casa editrice per la quale lavoravate. Insomma, siete la dimostrazione vivente che ha ragione Monti quando dice che il posto fisso è monotono

Beh, diciamo che abbiamo tentato di fare quello che ci piace, ed è un lusso, una fortuna pazzesca, un tentativo da fare se non si ha la vocazione al posto fisso, se non ci si riconosce. Ma non è facile, noi siamo dei privilegiati, e diciamo che non ci sentiremmo di sottoscrivere quelle parole. Caro Premier, il posto fisso è ancora piuttosto importante…