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La primavera arancione non “spacca”. Prima Rossi e Vecchioni, ora se ne va anche Perrella

A Napoli la rivoluzione del sindaco De Magistris si è raffreddata. Perché dopo l'addio del presidente di Asìa e del cantante milanese dal Forum internazionale delle culture, ora lascia anche il numero uno del Premio Napoli

Napoli monnezza, Napoli camorra. Napoli ‘o sole e ‘o mare. Napoli pizza, mozzarella e babà. Napoli il Vesuvio e San Gennà. La città più bella del mondo è anche la città più prigioniera dei suoi luoghi comuni, come in un pezzo di Mimmo Borrelli: ostaggio senza speranza delle cartoline con cui ostinatamente si (s)vende fuori dalla cinta daziaria del suo essere orgogliosa e insieme perduta, ostinatamente pre-moderna.

LA PRIMAVERA di De Magistris – lo slogan era “spacchiamo tutto” – si è raffreddata, e non solo per quei tre fiocchi di neve caduti senza troppa convinzione venerdì al Vomero. Attorno alla giunta le defezioni ormai sono importanti: Raphael Rossi da Asìa e Roberto Vecchioni dal Forum internazionale delle culture. Cosa accomuna i due addii? Alcune frasi, che bisogna leggere bene. Rossi ha detto: “Certe prassi politiche a Napoli sono terribili”. Vecchioni ha parlato di “accoglienze controverse”. Aggiungendo: “Un artista poco ha a che fare con i meccanismi per lui astrusi, arcani, insondabili, di qualsiasi realtà politica”. Cosa vuol dire? Che la gestione di qualunque cosa che abbia a che vedere con il pubblico è complicata. Troppo per uno “straniero”? Se così fosse sarebbe davvero triste, soprattutto per un Forum che nel nome ha la vocazione cosmopolita. Fatto sta che a sostituire Vecchioni, è stato chiamato Sergio Marotta: napoletanissimo, avvocato, professore associato della non proprio internazionale Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, nipote del più noto Gerardo, demiurgo dell’Istituto di studi filosofici.

L’ultimo abbandono in ordine di tempo è quello di Silvio Perrella, dal 2007 presidente del Premio Napoli, un’istituzione sostenuta (anche) da fondi europei, che porta i libri e la cultura nelle scuole, nelle carceri, nei quartieri, tra i cittadini e non solo quelli di Napoli, negli istituti di cultura italiana all’estero. Che accoglie nella sua sede i senza tetto perché possano leggere. Che accompagna a conoscere i ragazzi del carcere minorile di Nisida poeti come Yves Bonnefoy. Che ha istituito una sezione speciale del premio, dedicata ai musicisti di strada. In memoria di Petru Birladeanu, il musicista rumeno ucciso nel 2009 a Montesanto: perché, racconta l’ormai ex presidente, “la grande cultura napoletana, quella che poi diventa universale, è virtuale, legata a un tipo di creatività che difficilmente può vivere entro i confini di un libro. Non a caso le due importanti e mai interrotte tradizioni sono il teatro e la musica”. Ma come si fa coinvolgere in una manifestazione culturale persone che normalmente non hanno un domicilio conosciuto? Li si va a cercare, ad uno ad uno, per le strade. Perrella ha scritto una lettera in cui ufficializza le proprie dimissioni (il mandato scadrebbe tra un anno), indirizzata ai quattromila cittadini-lettori coinvolti nel Premio. A un certo punto dice: “Alla radice di ogni nostro gesto c’era un desiderio: scardinare il racconto coloniale che incatena la nostra città, con il paradosso che si tratta di catene invisibili”. Il “racconto coloniale”, cos’è mai?

“SONO FELICE di venire a Napoli, mi ricorda il Bronx, il quartiere dove sono cresciuto. Sono ansioso di fare qualcosa per i giovani di questa bellissima città”. L’ha detto Al Pacino, invitato a Napoli dal sindaco per la presentazione del film “Wilde Salomè”. L’ uscita di De Magistris ha fatto molto rumore: ha tutta l’aria d’una trovata spettacolare (“Ciao Al”), in un momento in cui la città avrebbe bisogno di orizzonti fondativi, sostanziali e sostanziosi, costrutti-vi. E partono tutti da un progetto culturale. Ecco: il racconto coloniale è il Bronx dell’immaginario, l’archetipo del degrado, la leggenda dell’equazione bellezza-violenza, il mito amaro dell’impossibilità di redenzione. “Napoli è una città all’origine aperta e possibile”, spiega ancora Silvio Perrella. “Molti napoletani si sono accorti all’improvviso che esistevano pezzi di città che non conoscevano, perché il racconto coloniale ha sempre detto loro che sono soltanto degrado e che devono averne paura. Poi hanno scoperto che la situazione sì è complicata, ma che ci sono una serie di cose che non immaginavano. È successo alla Sanità, uno dei luoghi di maggiore associazionismo d’Italia”. Andandosene senza sbattere alcuna porta, il presidente del Premio Napoli sembra voler denunciare un abbandono politico. “Se si è soli, si può solo essere sconfitti. Magari con onore, ma sconfitti. Come se ne esce? Producendo conoscenza, veridica e condivisa. Si deve partire dalla forma della città, dall’urbanistica. Ecco perché abbiamo puntato tanto sulla condivisione dell’Atlante di Italo Ferraro. Perché lì c’è il codice nascosto: se tu non sai com’è fatta una città, non la puoi vivere”. È ora di smetterla con “Vide Napule e po’ muore”. Forse è ora di viverla. Sarà meno enfatico, magari si scopre che è più, semplicemente, bello.

da Il Fatto Quotidiano del 10 febbraio 2012