L’atmosfera al “forum dei comuni per i beni comuni a Napoli” è stata quella dei momenti fondativi, quando ti accorgi che le menti di molti di coloro che hanno deciso di partecipare sono rivolte allo stesso pensiero, quella respirata ai forum sociali europei che ho vissuto a Londra e a Firenze: discutere liberamente di temi cari ed importanti, del bene comune, della fondazione di una nuova soggettività politica, per tanti versi ancora indefinita ma nello stesso tempo riconoscibile, nella disponibilità al confronto, nella sicurezza dei valori, nelle discriminanti che compongono un pensiero politico, si potrebbe dire se non temessimo di essere accusati di linguaggi obsoleti, di una nuova ideologia dei beni comuni!

La novità del Forum e dell’idea che lo sottende, è che non c’è solo un movimento vasto ed articolato che cerca di formarsi come soggetto politico, ci sono anche le istituzioni, i Comuni grandi e piccoli di tutt’Italia, da Treviso a Barletta ma anche i municipi ed i quartieri delle città, i consiglieri regionali, uomini nelle istituzioni che non esibiscono come vestali separate del potere la loro funzione di rappresentanza, bensì persone che si confrontano in modo aperto con gli attivisti dei movimenti per l’acqua pubblica, i No tav, ma anche i movimenti civici locali per il verde, per gli orti urbani, per la partecipazione, le reti grandi e piccole di socialità e solidarietà.

Ci sono e non è irrilevante, numerosi spezzoni dei partiti oggi più che mai disorientati, s’intravede la possibile rottura di quel diaframma che nei riti consunti della politique politicienne ha creato un divario enorme tra cittadini, partiti ed istituzioni.

Un crogiolo di culture, esperienze, idee e persone in carne ed ossa, disposte a confrontarsi nello specifico di progetti e di proposte di un disegno che vuole essere complessivo e perciò politico, di trasformazione e di governo.

Abbiamo già visto sorgere esperienze di identico spessore e fallire, si può cogliere anche in una nota di scetticismo incredulo ( sarà vero?), paura di ricadere nella disillusione, quando alla prova dei fatti altri movimenti non meno poderosi, si sono infranti contro gli scogli del conservatorismo nostrano che alberga stanziale da destra a sinistra.

Possiamo però dire che questo movimento è cresciuto e seppur ancora non privo di limiti e contraddizioni, si nutre di una visione nuova della democrazia partecipativa, nella quale la disgregazione può essere sconfitta da una nuova capacità di tenere insieme realtà diverse con metodo e qualità di direzione politica.

La prova che questo progetto può andare avanti è nel robusto impianto culturale e giuridico che lo sorregge, sintetizzato dall’intervento di Alberto Lucarelli: l’idea che la centralità del valore dei beni comuni, di ciò che appartiene a tutti, può e deve determinare, non una idealistica aspettativa di palingenesi, bensì una concreta azione di governo, di trasformazione del reale, ricerca meticolosa di una nuova economia, dove il nesso pubblico-privato, non vede soccombere il primo per il secondo, ed invece rimescola le reciproche funzioni nel perseguimento di una reale efficacia dell’azione di amministrativa, a salvaguardia dei diritti e delle finalità di servizi essenziali per la comunità.

Liberalizzare non può essere il paravento o sinonimo di privatizzare, i privati, grandi e piccoli, possono svolgere un ruolo importante, in un sistema dove però le finalità, gli obiettivi di fondo e quindi le priorità, tornano e restano saldamente nelle mani del pubblico, non certo inteso come ( purtroppo siamo stati costretti a subire) luogo della faciloneria e del lassaiz faire, tutt’altro perché anche l’amministrare si legittima nel confronto e nel controllo determinato da una partecipazione effettiva altrettanto finalizzata e pragmatica.

Se vogliamo usare una parafrasi, bene comune si può interpretare come la trasposizione in chiave strategica della decrescita felice: non è nel consumo fine a se stesso, quindi nello spreco di risorse, che si può ottenere la buona qualità della vita dei cittadini, la difesa dell’occupazione e dei diritti, tutto ciò si ottiene nell’assoluto primato del bene comune come interesse generale, di tutti e non per questo di nessuno.

Un progetto li lungo corso che mette insieme indirizzi di governo partecipativo precisi in materia di ambiente, di welfare, di cultura e di rispetto dei diritti senza distinzioni di sesso, di razza e di opinione, una riforma complessiva nello spirito pieno l’articolo 3 della nostra Costituzione.

Il Governo Monti visto non come l’odioso nemico da abbattere ma come un chiaro avversario del cambiamento di valore e quindi da contrastare con adeguata capacità di lotta e di proposta.

Il sistema attuale di partiti affrontati non con le fatwa dei santoni dell’antipolitica ma con capacità di incidere nel corpo debilitato della loro democrazia azzoppata, per una profonda trasformazione che ridia dignità ed il più alto valore alla politica.

In questo senso la presenza con De Magistris, Vendola e Zedda di Michele Emiliano sindaco di Bari, ha segnato la novità di una parte importante del Pd che non è insensibile al tema della partecipazione e di un necessario ed improcrastinabile reale rinnovamento politico.

L’applauso commosso e l’abbraccio collettivo finale di tutta la grande platea del Politeama ad Antonio De Luca, rappresentante degli operai Fiom di Pomigliano d’Arco, in lotta per difendere la loro dignità, ha suggellato un evento che è destinato a produrre molti effetti a lungo termine.