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Nei giorni 17 e 18 gennaio, mattina e pomeriggio, la Camera dei deputati è stata impegnata nell’esame, dibattito e voto su un argomento così indicato: “Mozioni sulla cooperazione con il governo libico per la gestione dei flussi migratori originati dalla Libia nel recente conflitto”.

Qualunque cittadino dotato di media informazione e di un normale senso critico avrebbe proposto subito due obiezioni. La prima: nonostante apocalittiche previsioni (la Lega Nord e il suo ministro dell’Interno avevano predetto una marea di molte decine di migliaia di persone in fuga) soltanto poche migliaia di libici sono riusciti a giungere a Lampedusa e in pochi altri punti di sbarco. La seconda: sono tutti profughi di guerra e rifugiati politici, e questa è una condizione oggettiva, secondo i trattati internazionali (fuggono da una guerra) che non deve essere convalidata da alcuna verifica o procedura.

La guerra è sboccata in una situazione incerta. Le armi di diverse fazioni sono ancora strumento quotidiano per regolare e organizzare la vita dei cittadini, e non è ancora subentrata una struttura politica con la quale si possano progettare garanzie e ritorni non volontari. Indifferente a questa evidenza, che rendeva inutile e impossibile la discussione, il Parlamento italiano ha proceduto nel lavoro che si era assurdamente assegnato, fondato sulla persuasione, purtroppo largamente condivisa, che il trattato Gheddafi-Berlusconi – detto anche Trattato di amicizia fra l’Italia e la Libia – fosse ancora vivo e funzionante.

Ma ecco uno stralcio della prima mozione in discussione (Lega Nord): “Il trattato di amicizia italo-libico, del 30 agosto 2008 costituisce il quadro normativo ed economico per tutti i bilaterali con Tripoli in materia di contrasto, gestione e rimpatrio degli immigrati, sospeso di fatto durante il conflitto, che risulta essere stato ripristinato nei suoi effetti il 15 dicembre 2011…”.

La seconda recita: L’Italia dei Valori impegna il governo alle necessarie iniziative sul piano politico-diplomatico volte ad assicurare piena applicazione di quanto previsto dagli articoli 1 e 6 del Trattato italo-libico del 2008 e a consentire che le operazioni di contrasto alla immigrazione clandestina siano pienamente conformi al diritto internazionale”.

Il terzo è del Pdl: “Il Trattato di amicizia italo-libico del 30 agosto 2008 costituisce il quadro normativo per tutti i bilaterali con Tripoli in materia di contrasto, gestione e rimpatrio degli immigrati, sospeso di fatto durante il conflitto, risulta essere stato ripristinato nei suoi effetti il 15 dicembre 2011…”.

Il testo della mozione Udc si apre così: “L’attuazione dell’articolo 19 del Trattato di amicizia italo-libico ha comportato il respingimento dalle acque internazionali verso il territorio libico di oltre 800 cittadini stranieri, rifugiati e migranti, tra cui cittadini eritrei, sudanesi, etiopi, fuggiti dai loro Paesi per motivi politici (…)”.

Ed ecco una citazione dalla mozione del Pd: “Nel febbraio 2011, a seguito del deflagrare degli eventi bellici e dell’adozione della prima risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il trattato è rimasto di fatto sospeso, per essere poi ripristinato nei suoi effetti il 15 dicembre 2011, a seguito di una decisione assunta dall’attuale presidente del Consiglio e dal presidente libico Mustafa Abdul Jalil, in un incontro a Palazzo Chigi”.

Il dibattito dei giorni 17 e 18 gennaio ha avuto questo di assurdo e irreale: ha continuato a proclamare “il ripristino” del trattato da prima a dopo la guerra, benché la partecipazione dell’Italia alla guerra abbia violato in pieno un punto centrale di quel Trattato (alleanza e collaborazione militare perenne tra Italia e Libia in qualunque circostanza, e divieto dell’uso di basi italiane in caso di conflitto di alleati dell’Italia contro la Libia) e lo abbia rivelato in conflitto con tutti i trattati di cui è parte il nostro Paese.

Ma ha offerto almeno l’occasione, per alcuni, di dire tutto l’orrore per la parte del Trattato che riguardava i respingimenti degli immigrati e che ha portato a migliaia e migliaia di morti in mare, a negazioni in massa del diritto d’asilo. Ha offerto l’occasione per una mozione dei Radicali, che ho firmato. Chiede che sia garantita la protezione internazionale e, nei casi consentiti, il diritto di asilo secondo quanto previsto dalla Costituzione e dalla legge italiana, alle persone giunte dalla Libia, da coloro che provengono da Paesi dove sono in corso conflitti o crisi umanitarie, dove la loro incolumità sarebbe a rischio.

La richiesta era legittima, ma il dibattito era sul vuoto. Infatti due giorni dopo, il 21 gennaio, il premier italiano si è recato a Tripoli. Ecco Repubblica del giorno 22: “La stretta di mano tra Mario Monti e il presidente libico Rahimal-Kib sancisce il nuovo Patto di amicizia tra Roma e Tripoli messo nero su bianco con il titolo Tripoli Declaration. Dunque un nuovo trattato. Ed ecco il titolo (stesso giorno) del Corriere della Sera: “Firmata una intesa. Il trattato è congelato” (intende il vecchio trattato, ndr). Occhiello: “Libia e Italia, amicizia sulla base di una nuova visione di relazioni bilaterali e multilaterali per realizzare i principi della gloriosa rivoluzione”.

Il disumano trattato Berlusconi-Gheddafi voluto solo per bloccare i migranti in mare e mandarli nelle prigioni di Gheddafi per soddisfare le fobie della Lega, in cambio di una somma enorme (5 miliardi di dollari a carico dell’Italia), non esiste più. Peccato che qualcuno non abbia avvisato in tempo il Parlamento italiano, che ha creduto, fino al 22 gennaio, che i trattati “si sospendono di fatto” mentre stai facendo la guerra al partner, e si ripristinano tali e quali, benché la controparte vincente, dopo il conflitto, sia il nemico giurato ed estremo del contraente di prima, e benché l’intero ordinamento sociale, morale, politico, militare del Paese ex partner si sia rovesciato.

Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2012