Dal 2008 il settore dell’edilizia ha perso 300mila posti di lavoro e ha visto una riduzione del 30% degli investimenti statali in opere pubbliche. E anche le previsioni per il 2012 segnalano un ulteriore calo del 3-4% del volume totale degli affari. C’è una sostanziale paralisi del comparto che va avanti da oltre tre anni nei dati di Fillea Cgil: “Adesso manca davvero poco – spiega il segretario generale Walter Schiavella – perché si abbiano effetti davvero devastanti per l’intera filiera. Contiamo 300mila occupati in meno senza dimenticare l’esplosione del falso lavoro autonomo e della false partite Iva. Chi invece sta venendo a mancare sono le imprese ‘vere’, quelle strutturate e capaci di operare sul mercato”. Una crisi che non sta risparmiando, secondo Schiavella, nessun comparto del settore: “In questi mesi abbiamo avuto una restrizione di un terzo del mercato pubblico delle costruzioni e il blocco praticamente totale di quello privato. E questo non solo nell’edilizia in sé, ma anche nelle filiere dei laterizi e del cemento con il crollo del 30% dei volumi di produzione”.

Per Schiavella “l’Italia sta attraversando una fase recessiva generalizzata, ma le costruzioni stanno affrontando una crisi ancora più grave. E il 2012 sarà ancora peggio perché, se non ci saranno interventi – spiega il sindacalista – registreremo un ulteriore calo del volume degli affari e si aprirà il baratro della disoccupazione per tutti quei lavoratori che fino a questo momento hanno potuto usufruire degli ammortizzatori sociali, non più rinnovabili dopo tutti questi mesi di crisi”.

Per mettere al centro del dibattito politico nazionale il tema, la Fillea Cgil, insieme a Filca Cisl e Feneal Uil, ha stilato una piattaforma comune di richieste al Governo e indetto una grande manifestazione nazionale per il prossimo 3 marzo. “Innanzitutto nell’interesse del Paese, e non solo della filiera -spiega Schiavella- chiediamo di investire sulle infrastrutture. Le ultime delibere del Cipe danno delle speranze. L’importante però è che le risorse vengano rese subito disponibili, prima che il ‘malato muoia’. Serve anche un piano nazionale che, attraverso l’Imu, la nuova tassa sulla casa, possa permettere di sbloccare in modo selettivo il Patto di stabilità e liberare risorse a disposizione dei comuni che potrebbero essere orientate verso uno sviluppo diverso, sostenibile. Si potrebbero aprire cantieri utili per il ripristino idro-geologico del Paese e per evitare che tutto il territorio venga giù solo con una goccia d’acqua”.