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di Dino Amenduni | 29 gennaio 2012

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Mandare i politici a quel paese? Uno sfogo inutile

Giovedì sera un operaio ospite di Servizio Pubblico si è confrontato animatamente con Roberto Castelli (Lega Nord) durante la diretta. Le ragioni del primo erano difficilmente contestabili, la difficoltà del secondo a reggere il confronto erano evidenti. Eppure non si parla più, e solo, di questo. Si parla dell’operaio che ha mandato a quel paese l’ex ministro. E del politico che ha abbandonato lo studio dopo aver ricevuto un ‘non mi rompere i coglioni’ come risposta all’ennesima provocazione da parte del suo interlocutore.

Quello sfogo liberatorio, che ha fatto esplodere gli altri operai in collegamento, in un fragoroso applauso, è secondo me un errore. Un errore di comunicazione. L’insofferenza degli italiani contro la classe politica è legittima e largamente comprensibile. Ma questo non autorizza reazioni di qualsiasi tipologia.

Prima di tutto l’operaio ha dato l’occasione a Castelli di sfuggire al confronto. Andarsene dallo studio dopo un insulto è un comportamento pienamente legittimo. Voi, ad esempio, come vi sareste comportati se il vostro interlocutore vi avesse mandato platealmente a quel paese durante un dibattito pubblico? La risposta, per quanto attesa e auspicabile, non è affatto obbligatoria. Senza quell’insulto Castelli sarebbe stato inchiodato all’attacco dell’operaio sui temi. Essere politici ovviamente comporta una maggiore quantità di responsabilità pubbliche, ma questo non dovrebbe giustificare la moratoria delle più elementari regole di convivenza civile.
In seconda battuta c’è il rischio che l’unica traccia futura del confronto di giovedì sia “l’operaio che manda a quel paese Castelli” e non le ragioni e i torti delle due parti. L’operaio avrà ricevuto grande approvazione in diretta e il video è stato già visto da quasi 200mila persone. Ma i problemi restano sul tavolo e non sarà certo uno sfogo catartico a risolverli.
Si potrà obiettare che non è che in questi anni un atteggiamento più dialogante abbia portato a qualcosa. È vero, ma l’insulto è un alibi per l’insultato. E chi protesta ha così tanta ragione che non si può permettere il lusso di offrire alibi a nessuno.

Si potrà allo stesso modo dire che un operaio ha diritto a insultare un politico che lo tratta male, nei fatti e nelle parole. Il diritto è sacrosanto, ma quando un operaio è in televisione e ha tutto quello spazio non rappresenta solo se stesso, ma milioni di lavoratori. Così come Castelli è simbolo della politica nel suo complesso, l’operaio di Servizio Pubblico ha rappresentato la sua categoria. Ecco perché chi va in televisione non può limitarsi a dire ciò che pensa e non può pensare di parlare a titolo personale. Piuttosto si deve preparare al confronto con persone di tutti i tipi, compresi soggetti che non godono della propria stima, e deve trarre il miglior risultato possibile per la categoria che rappresenta. In questo caso l’operaio ha mandato a quel paese la politica: avevamo davvero bisogno della televisione per farlo? Era l’unica, la migliore opzione possibile?

Si potrà sostenere che Castelli e la Lega hanno usato un linguaggio e un codice politico insultante in questi anni. E che i politici si mandano spesso al diavolo tra loro in televisione, dunque è legittimo che un operaio lo faccia con un politico. Accettare questo vuol dire sostenere, implicitamente, che a comportamento scorretto corrisponde uguale comportamento come risposta. E che dunque si è uguali (almeno nei comportamenti pubblici) a chi si vuole contestare. Questo riduce, e di molto, il potenziale morale della protesta contro la classe politica.

Si potrà, infine, dire che un’offesa è comunque oro rispetto a ciò che potrebbe succedere se ci dovesse essere un’escalation di tensione e di incomunicabilità tra governati e governati. Se il ragionamento fosse questo si inizia ad avallare l’idea che il fine giustifica (tutti) i mezzi. Una strategia che, a grandi linee, è quella adottata dalla tanto odiata politica per tenere in piedi governi, alleanze, potentati. Anche in questo caso, lo sfogo azzera la distanza tra chi protesta e chi l’ha causato, tra torti e ragioni, tra operaio e politico.

Protestare, essere opposizione sociale, è un’arte nobile, prestigiosa e delicata. Anche l’opposizione ha bisogno di leader preparati. La comunicazione è una variabile troppo importante per poter essere snobbata. Quando si parla della vita delle persone, chi ci rappresenta in televisione deve avere la lucidità di parlare per difendere i nostri interessi. Altrimenti ha sfruttato una platea per motivi personali. La stessa accusa che da anni gli italiani fanno ai politici.

Una buona frase che un operaio avrebbe potuto dire a Castelli? “Caro Castelli, dirò a tutti i miei amici operai del Nord di non votare più Lega Nord. Voi avete tradito tutta quella gente e saranno loro a mandarvi a casa non votandovi alle prossime elezioni”.

Forse non fa ascolti, ma fa più male.

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