La laurea ha un valore o è un semplice pezzo di carta? Un dilemma che Mario Monti vorrebbe risolvere drasticamente: togliere alla laurea qualsiasi valore legale. Un obiettivo che all’ultimo consiglio dei ministri ha raggiunto parzialmente, rinviando la soluzione del problema a una consultazione pubblica che verrà lanciata al più presto. “Ci siamo accinti a questo tema con animo sgombro da pregiudizi ideologici – ha detto ieri il premier in conferenza stampa – Abbiamo scoperto che è un tema molto più complicato di quanto possa sembrare e abbiamo deciso di non affrontare in questo decreto legge il tema”, ha spiegato Monti precisando di essere in linea di principio favorevole a superare “il simbolismo e il formalismo del valore legale del titolo di studio”.

E infatti, il valore della laurea nel frattempo comincia a cambiare: quando verrà richiesta (ai concorsi, soprattutto) non sarà più determinante. Nemmeno per il punteggio conseguito. Questo grazie alla norma inserita nel “decreto semplificazioni” che intende “consentire l’accesso ai concorsi pubblici ai soggetti in possesso del diploma di laurea nonché, ove necessario, di ulteriori specifiche esperienze professionali”. Inoltre, “qualora sia richiesto uno specifico e congruo numero di crediti formativi, questi possono essere acquisiti in soprannumero rispetto ai percorsi ordinari previsti per il conseguimento della laurea”.

Traducendo dal linguaggio volutamente felpato della legge, significa introdurre anche per i concorsi pubblici una valutazione specifica dei titoli di studio e, più in generale, del curriculum dei candidati. Il valore legale dei titoli, dunque resta, ma viene attenuato. Vuol dire in sostanza che le lauree d’ora in poi non saranno più più tutte uguali di fronte alla legge e, nel valutare una candidatura, anche un ente pubblico può tenere conto del “peso specifico” del titolo.

Siamo in definitiva di fronte a una decisa inversione di tendenza rispetto a quanto è successo durante la gestione dell’ex ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Sono ormai troppi i soggetti che rilasciano titoli di laurea, come ad esempio l’università telematica nota con il nome di Centro europeo preparazione universitaria (Cepu). Istituito per decreto a gennaio del 2006, il Centro – tanto caro all’ex premier Silvio Berlusconi, presente all’inaugurazione a Novedrate, in provincia di Como, ad aprile del 2011, secondo il Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario, non aveva ancora raggiunto i livelli di autonomia necessari, risultando ancora dipendente e condizionato dalla Fondazione che ne ha originariamente determinato l’attivazione, ossia la Fondazione e-Campus presieduta da Francesco Polidori, cugino di Catia Polidori, la deputata fuoriuscita da Futuro e Libertà per votare la fiducia il 14 dicembre 2010, quando il governo Berlusconi si salvò in aula con soli tre voti di scarto (314 a 311), tra cui appunto quello della Polidori, ricompensata in seguito con la poltrona di viceministro allo Sviluppo economico con delega al commercio estero.

Il Cepu del resto continua a godere della qualifica di università “non statale”. Proprio come la Cattolica o la Bocconi. E a un concorso le lauree sono tutte sullo stesso piano. Laurearsi per molti è stato un obiettivo da raggiungere a ogni costo. Quanti se la sono letteralmente comprata corrompendo qualche barone disponibile? Sarebbe un elenco troppo lungo. Una laurea comprata per far carriera. Per avere un posto di maggior prestigio nell’ambiente di lavoro e, di conseguenza, un congruo aumento di stipendio. La laurea, insomma, ha sempre rappresentato un passaggio importante “per farsi una posizione”. Indipendentemente dai meriti culturali e professionali acquisiti. Contro questa realtà si sta battendo Mario Monti. Ma è proprio necessario per questo abolire il valore legale del titolo di studio? Nemmeno dentro il governo c’è accordo, E nemmeno fuori, a cominciare dalle organizzazioni sindacali dell’università. Ma le riserve sono trasversali.