“Tir selvaggio paralizza l’Italia”, così un quotidiano titolava mercoledì gli effetti devastanti sull’intero sistema nazionale dei trasporti e della distribuzione conseguenti ai blocchi selvaggi attuati dai camionisti. Intanto la ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri tuonava da par suo: “I blocchi non saranno tollerati”. Più che giusto, visto che a questi livelli di lotta si colpiscono diritti elementari dell’intera cittadinanza. Ma è altrettanto giusto dipingere gli oltre 10.000 padroncini in agitazione come il nuovo “uomo nero” di turno? Operazione tipica di un modo di affrontare faccende che vengono da lontano prendendo in esame soltanto gli ultimi dieci metri. Perché la drammatica vicenda in questione è l’ennesima riprova dell’italica incapacità di governare le situazioni complesse, create dalle immense trasformazioni di questa fase della Modernità.

Nel caso, quanto taluno definisce “l’inferiorità logistica del sistema-Italia”. Inferiorità che nelle mutazioni del modo di produrre just-in-time (in cui le aziende decentrano all’indotto le componenti da assemblare) e nella crescita esponenziale dei flussi delle merci, affida questa immane movimentazione di media distanza a un pulviscolo di automezzi, nella maggior parte dei casi guidati dallo stesso proprietario. Solo un dato statistico: il peso dell’autotrasporto nella movimentazione italiana supera l’ 89%, contro il 53% tedesco e il 32% statunitense. Dato a cui andrebbero sommati aspetti umani e sociali. Ossia le forme di autosfruttamento parossistico a cui i padroncini si sottopongono (“consegna un carico e prendine un altro”, tipo catena di montaggio) per far fronte ai finanziamenti e le cambiali con cui hanno acquistato il proprio veicolo; che si trasformano in un crescente numero di incidenti, spesso mortali, coinvolgendo lo stesso conducente e i terzi che si trovavano a passare per caso. Un’inferiorità logistica – del resto – nota e dichiarata ormai da tempo immemorabile. Infatti, già nel 2001 il direttore del Centro Studi di Federtrasporto Gerardo Marletto parlava – riguardo alla situazione dei nostri operatori di settore di “imprese deboli in un territorio leader”: “Nell’arco di un decennio si è dimezzata la capacità delle imprese italiane di presidiare questo specifico e delicato mercato, raggiungendo così livelli minoritari di presenza: 38 % nel settore stradale (era il 54 % nel 1990), il 32 % in quello aereo (era il 66), il 20 % in quello navale (era il 39)”. E all’epoca non era ancora avvenuta la catastrofe di Alitalia né il declino di Trenitalia…

Che fare? La solita tiritera ripete che la cura è passare dalla gomma al ferro. Ma come sempre è una questione di tempi. E quando i tempi sono stati sprecati inutilmente, quando la stalla è ormai vuota, risulta improbabile ipotizzare soluzioni in positivo. Un po’ quanto sta avvenendo nella vicenda Fincantieri, dove si è perso un trentennio senza mai avviare strategie di risposta alle sfide che giungevano dall’Estremo Oriente per macroscopiche carenze di governance. Sicché ora i licenziamenti e la svendita degli immobili per operazioni speculative potrebbero risultare l’unica opzione realistica (alla faccia dei lavoratori e del patrimonio pubblico). Lo stesso si può dire per il trasporto nazionale di microimpresa, soffocato tra gli aumenti insostenibili dei costi, specie da Roma in giù (assicurazioni rincarate dal 30 all’ 80 %, pneumatici del 40 %, autostrade …), e la rabbia di chi non trova nel supermercato neppure il latte per i propri bambini.

Appunto, catastrofe riconducibile al solito vizio di fondo: l’eterna carenza di governo strategico in un Paese che vive alla giornata. Conseguenza di una cultura premoderna e delle sue modalità arcaiche nel maneggiare situazioni e oggetti complessi. In chiave di costume: il comandante della Costa Concordia che trasforma un grattacielo del mare nel trespolo da cui lanciare chicchirichì del gallo machista. Un po’ come nella barzelletta del jet pilotato dallo scimpanzé.

Il Fatto Quotidiano, 28 Gennaio 2012