Bloomberg.com ha pubblicato un sondaggio che interpella 459 investitori finanziari: “Gli investitori internazionali dicono che il capitalismo è in crisi; quasi un terzo di loro è favorevole a cambiamenti radicali del sistema”. Il capo di una società londinese di brokeraggio dice che: “Il capitalismo è in crisi a causa di un’enorme e crescente disparità nella distribuzione del reddito e della ricchezza nelle società Occidentali”. E subito aggiunge che per dare un futuro ai giovani “occorre un intervento pubblico di dimensioni gigantesche”. Se lo dicono loro, bisogna crederci…

François Hollande, candidato socialista alle presidenziali francese, dice che i ricchi, la finanza e la grande impresa sono i suoi nemici politici. Persino Obama ha lanciato una campagna per l’equità fiscale schierandosi con la middle class contro i super-ricchi tanto amati e difesi da Bush e dai repubblicani.

Ormai il dibattito sulla crescita e l’equità contro le politiche di austerità e smantellamento dello stato sociale e dei diritti, sta sfociando in un’analisi più approfondita sulla natura stessa del capitalismo. L’ultimo numero dell’Economist, infatti, mette in copertina addirittura Lenin, ancorché in versione ‘businessman’, e parla di “Ascesa del capitalismo di Stato” in un intero dossier dedicato ai successi della “mano visibile dello Stato” nel sostenere la crescita economica in paesi come Cina, Brasile, India. Il titolo del primo articolo è: “La crisi del capitalismo liberale occidentale ha coinciso con l’affermarsi di una potente nuova forma di capitalismo di Stato nei mercati emergenti”. Si ammettono cose piuttosto ovvie: ad esempio che la proprietà pubblica è molto efficace nel convogliare risorse su grandi progetti infrastrutturali.

Sul Financial Times è iniziata la pubblicazione di una serie di interventi sulla crisi del capitalismo. Vengono fuori cose interessanti: in particolare il fatto che la crisi ci consegna un capitalismo in crisi di legittimità. Per un motivo molto semplice: oggi il capitalismo non riesce a garantire né il benessere per la maggior parte dei cittadini dei nostri paesi, né un rapporto equilibrato con l’ambiente.  Il punto cruciale è quello della disuguaglianza crescente, ormai inaccettabile.

Chi pensa che lo Stato debba uscire da tutte le attività economiche ha torto. È vero il contrario: ci sono settori strategici dell’economia, quali il settore bancario e finanziario, quello delle telecomunicazioni e dell’energia, in cui è necessaria la presenza diretta dello Stato, al fine di orientare gli investimenti e lo sviluppo stesso dell’economia. Il contributo che un forte settore pubblico dell’economia può dare alla crescita è evidente. In Italia ne abbiamo anche una prova in negativo: alle massicce privatizzazioni degli anni Novanta è seguito il decennio a più bassa crescita dell’intero dopoguerra.

Quello che i popoli europei stanno sperimentando è una situazione in cui alcuni grandi operatori economici possono fare quello che vogliono senza pagare nessun prezzo, mentre i cittadini devono pagare il conto e non possono neppure esprimersi sull’argomento: in Grecia si è impedito un referendum, in Portogallo si è detto che chiunque avesse vinto le elezioni avrebbe dovuto seguire il programma della Bce, in Italia si sono impedite le elezioni anticipate (in Spagna, dove si sapeva che avrebbe vinto la destra, stranamente no…). Oggi la sfida consiste probabilmente nell’individuazione del giusto mix tra pubblico e mercato, tra programmazione economica e determinazione dei prezzi in base alla concorrenza dei produttori individuali. Il problema non è adottare modelli, ma ricominciare a cercare proposte che vadano in direzione di un recupero di ciò che è pubblico.

Purtroppo le iniziative del governo Monti (e prima della compagnia di giro del governo Berlusconi) vanno in direzione opposta: ad esempio con le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, che significano ulteriori privatizzazioni (e quindi rincaro dei servizi). Il governo Monti persevera nelle politiche di recessione imposte dalla Bce e dalla Germania. Dopo la riforma delle pensioni, l’aumento dell’Iva e la reintroduzione dell’Ici (IMU) ora il governo si appresta a varare una riforma del lavoro con un contratto unico precario per tutti e con l’eliminazione della cassa integrazione. Una stretta recessiva incredibile.

Bisogna uscire dal solco di queste politiche sbagliate e fallimentari.  Rinunciare all’acquisto degli F35, lotta all’evasione fiscale, far pagare i ricchi con la patrimoniale. Risanare i conti ed investire in ricerca scientifica, scuola e università. L’unico modo per far crescere un paese e dare un futuro ai giovani.