Mi capita di avere alcuni amici cileni. Mi hanno raccontato la loro storia ai tempi di Allende e di Pinochet. È gente che non è stata coinvolta né dalla militanza a favore di Allende né dalla repressione di Pinochet. Insomma, gente comune. Vedi, mi hanno detto, il Cile è lunghissimo e stretto. Non ci sono quasi ferrovie e tutto viaggia con i camion. Gli scioperi dei camionisti paralizzarono tutto. Non c’era benzina, non c’era cibo, non c’erano medicine; non c’era più nulla. Per un po’ si sperò che i camionisti la smettessero; anche loro, pensavamo, devono mangiare e provvedere alle loro famiglie. Però non fu così; e, quando arrivò Pinochet, scoprimmo anche perché: erano finanziati dagli Stati Uniti.

Potevano andare avanti per l’eternità. Furono gli scioperi, i disordini, l’illegalità diffusa, l’insicurezza sociale e, alla fine, la fame e il freddo a sconfiggere Allende; e ad aprire la porta alla dittatura. Qualche giorno fa, sulla mia bacheca di facebook, un tizio ha inserito un proclama a favore dei “forconi” siciliani, invitando tutti a moltiplicarli in ogni dove. Ho postato un commento di critica. E poi mi sono chiesto se i camionisti, i taxisti, i pescatori, i farmacisti, gli avvocati, insomma tutti quelli che urlano la stessa protesta: “Io no”, hanno un’idea di quello che fanno. E, per una volta, mi sono dato una risposta abbastanza sicura: no; e sì.

No. I camionisti, i taxisti etc. non ce l’hanno. Non capiscono che il paese è allo stremo. Che le accise sui carburanti non possono essere ridotte perché lo Stato ne ha bisogno: deve pagare gli stipendi e le pensioni alla fine del mese se no la gente non mangia. Che gli utili, ancorché modesti, di alcune categorie a numero chiuso devono essere ridotti per compensare il diminuito potere di acquisto degli altri lavoratori a cui sono stati decurtati stipendi e pensioni. Che i tempi sono duri per tutti. Che blocchi stradali e violenze distruggono la ricchezza comune, anche quella delle categorie che protestano; e che non potranno comunque avere alcun esito perché, semplicemente, i soldi sono finiti.

Sì. La mafia e quella parte della politica che appoggia camionisti, taxisti etc., loro ce l’hanno. La mafia non ha nulla da guadagnare da un governo, e ancora di più da una politica nuova (speriamo che sia nata davvero), che rifiuterà corruzione, patti, sinergie illecite, appoggi elettorali di scambio. La mafia deve far cadere questo governo per la sua stessa sopravvivenza. E la vecchia politica, quella che per decenni non ha fatto niente (non una piccola parte, proprio niente) di quello che questo governo ha fatto in 70 giorni, non può permettersi che esso abbia successo. La nuova politica deve fallire per far posto alla vecchia. Solo così B & C potranno ripresentarsi sulla scena, ghignando sulle macerie di un paese che loro stessi hanno prima distrutto e poi impedito di ricostruire.

E quale strategia migliore di un appoggio a spinte obiettivamente eversive, a violenze che creano tensioni e paure, a movimenti di piazza che minano la credibilità internazionale del governo (recuperata con così insperato successo) e che impediscono crescita e prosperità? Alla fine, con tutta la comprensione che merita chi lotta per la propria famiglia, bisogna tuttavia che passi un messaggio: possiamo salvarci tutti insieme, con solidarietà ed equilibrio; o non si salverà nessuno.

Il Fatto Quotidiano, 27 Gennaio 2012