In maniera sommessa, ma costante il documentario fa breccia nei nostri anestetizzati gusti di spettatori. Da sempre fuori dalle dinamiche di mercato e dalle ansie del box-office, cerca di uscire fuori dalla nicchia e diventa meno invisibile restituendoci quel reale più problematico della troppo zuccherosa finzione attraverso vecchie e nuove vetrine, premi, rassegne. Per il settimo anno consecutivo, è ora in corso alla Casa del Cinema di Roma Italia Doc – In questo Paese, ottima occasione per recuperare o rivedere pellicole che parlano del nostro passato e dunque del nostro presente: undici appuntamenti per quattordici titoli preceduti da un incontro-dibattito ogni giovedì fino al 22 marzo con repliche di venerdì, sabato e domenica. Ingresso sempre gratuito fino ad esaurimento posti.

Qualche giorno fa ha aperto il ciclo curato da Maurizio di Rienzo Piazza Garibaldi di Davide Ferrario, mentre giovedì 26 tocca a Più come un artista di Elisabetta Pandimiglio, sullo chef Gennaro Esposito. Tra titoli più e meno noti, la storia fa da filo conduttore in Il corpo del duce, sulla fascinazione della fisicità del leader, in Pasta nera di Alessandro Piva, sui bambini denutriti del Mezzogiorno bostbellico ospitati al Nord, oppure in Inconscio italiano di Luca Guadagnino, che partendo dall’occupazione in Etiopia parla d’identità nazionale attraverso una prima parte di interviste e una seconda di montaggio.

Strettamente legati al presente sono, invece, Pugni chiusi di Fiorella Infascelli (gli operai della Vinyls in cassa integrazione occupano il carcere dell’Asinara), Sic Fiat Italia di Daniele Segre, “sul come si è arrivati a nuove lotte di classe e resistenza allo smembramento delle regole del lavoro in funzione di quelle del plusvalore”, e Palazzo delle Aquile di Stefano Savona. Ancora Voi siete qui di Francesco Matera, 394 Trilogia doc di Massimiliano Pacifico, Hit the Road Nonna di Duccio Chiarini, Radici di Carlo Luglio, Cadenza d’inganno di Leonardo Di Costanzo e Il pezzo mancante di Giovanni Piperno.

Lavori diversi tra loro, alcuni riusciti e altri meno per cui la formula della prima più dibattito che fa tanto cineforum anni Sessanta non spaventi i potenziali spettatori: le punitive serate trascorse a discorrere di Ėjzenštejn di cui parla l’inarrivabile Bianciardi in Il lavoro culturale non esistono più. Almeno per alcune pellicole in programma, l’unico rischio che correte è quello di riconoscere sullo schermo un Paese che potrebbe piacervi ancora meno.