di Daniela Brogi

Il capolavoro che rimarrà ancora non è stato scritto. Ciò non toglie che Daniela Padoan abbia ragione a parlare di razzismo: come negli altri spazi del discorso pubblico, anche il campo letterario finché ha potuto ha rimosso le scritture dei nuovi italiani. Adesso che i figli degli immigrati costituiscono già un terzo della popolazione sotto i trent’anni, il paesaggio cambia: dentro le scuole, per esempio, parlare di identità italiana senza parlare di immigrazione e integrazione è un gesto sempre più inutile.

Il punto allora non è che anche se scrivi in italiano non vinci mai i premi più sponsorizzati dal mercato editoriale, perché questo problema riguarda anche chi è italiano da sempre (penso a Bertante, Covacich, Dai Pra’, Falco, Lagioia, Mozzi, Pavolini, Pincio, Sortino, Tarabbia, Trevi, Vasta).

Il punto forse è che occuparsi di letteratura significa anche vivere il proprio tempo. Il nostro è sempre più abitato da autori che non sono più unicamente degli esiliati, dei cosmopoliti poliglotti, ma cittadini della lingua italiana, che non usano più l’italiano come strumento di base per testimoniare la propria storia – come nei primi libri di autori migranti usciti negli anni Novanta; l’italiano è una lingua attraverso la quale stare dentro la propria storia, dentro la propria identità (Zarmandili nel primo articolo parlava di ambiguità). Così il bilinguismo, o il trilinguismo, fan sì che a parlare contemporaneamente lingue diverse non sia soltanto la vita pubblica, ma anche la vita interiore, vale a dire, per esempio, anche la fantasia, o la memoria, e perfino – o soprattutto – il dolore. E tutto ciò non può non comportare modi diversi di relazione con il mondo che hanno ricadute anche nella letteratura.

Nella provocazione del blogger Malih poi mi pare utile raccogliere lo spunto a non fare dell’antirazzismo stesso un pregiudizio, trasformandolo in un’estetica da élite borghese- bohemienne; d’altra parte non possiamo nemmeno dimenticare che anche l’argomento di una qualità non sempre alta può diventare un alibi per non occuparsi di testi che non mettono in gioco questioni puramente letterarie, nel senso retorico del termine, ma conflitti enormi per il riconoscimento dei diritti umani, ovvero contraddizioni gravi della politica italiana in materia di immigrazione.

Nessuna scrittrice, nessuno scrittore apprezzerebbe un’attenzione che non entrasse nel merito critico. Da questo punto di vista, provo a indicare almeno cinque aspetti che spesso ricorrono nelle narrazioni provenienti da esperienze di migrazione.

In primo luogo – qui il discorso vale per le autrici – la prevalenza di una trama “matrifocale”, ovvero la presenza di una storia recuperata da una voce femminile che svolge il filo della memoria di sé attraverso le storie di altre donne, secondo un incrocio tra esperienza presente e vicende passate riattivate dal ricordo.

Poi la coralità, sia della trama che dei punti di vista: i libri di Ghermandi, Farah, Smith, Lamri, Ndiaye, Scego, per esempio, sono composti da biografie multiple narrate da punti di vista mobili. Sono biografie separate dalla Storia e rimesse accanto da una scrittura che vuole parlarci di una realtà non solo esistita, ma percepita a più livelli. Sono mondi affollati di doppi. Da qui derivano altre due costanti: la partenza e la separazione come ingranaggi del plot; e l’uso della struttura investigativa – nel caso di Lakhous della detective story – come dispositivo di racconto: l’attenzione del lettore, come quella dei personaggi, è indirizzata alla ricerca.

Un quinto motivo che ritorna, infine, riguarda la forte importanza della prospettiva testuale dello spazio. È proprio lo spazio, infatti, inteso come madre patria d’origine, come nuova patria acquisita, come luogo di passaggio, come zona di conflitto o di incontro tra una storia e l’altra, a costruire, di pari passo con lo svolgimento del racconto, il mondo di significati e la temporalità stessa costruiti dalla storia. Gli spostamenti tra i tanti luoghi coincidono con il lavoro progressivo d’individuazione e presa di consapevolezza; l’arco spaziale profilato dalle storie ne definisce, al tempo stesso, l’arco narrativo, ed entrambi formano il ritratto più completo delle vite rappresentate: quello attraverso il quale i personaggi potranno finalmente riuscire a vedere il mondo e, ciò facendo, vedere se stessi, un po’ come nell’epilogo di El hacedor, di Borges, dove «un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto».