La Costa Concordia era rimasta in ginocchio, dopo il famigerato inchino, da appena 24 ore, le televisioni di tutto il mondo aprivano i telegiornali con la tragedia di Isola del Giglio, ma su Rai Uno Gianni Rivera piroettava allegramente sotto le stelle. Nel Paese di Sottosopra toccava ad un canale commerciale (La7) fare l’unica cosa che dovrebbe fare il servizio pubblico di un Paese normale in un momento del genere: informare i cittadini.

Il Paese di Sottosopra era un posto un po’ strano. I suoi giornali “liberisti” erano sovvenzionati dallo Stato, un certo Antonio Razzi era stato infilato alla Commissione Cultura del suo parlamento, e un governo di tecnici, per semplificare, aveva chiuso il ministero per la semplificazione normativa. Dal ministero per le pari opportunità era appena andata via una ballerina, dal ministero degli interni un azzannatore di polpacci di poliziotti e dal ministero dell’istruzione Mariastella Gelmini.

Nel Paese di Sottosopra le farmacie dispensavano scarpe, giocattoli e profumi, mentre dal tabaccaio era possibile riscattare la laurea, effettuare una visura, pagare bollettini Inps e spedire raccomandate. Voi vi chiederete se di raccomandate e di francobolli si occupavano i tabaccai, cosa faceva il servizio postale del Paese di Sottosopra?

Nei suoi 14.000 uffici postali migliaia di persone bivaccavano ormai ogni giorno per intere ore ed erano stati trasformati in un bazar. La rivista tarda ad arrivare? Non c’e’ problema vi offrivano la pentola Pomilla, “la prima ed unica pentola per il sugo” a soli € 18,90. Il pacco e’ andato smarrito? Consolatevi con il paiolo in rame, “ideale per preparare polenta e marmellata”. Se poi avete finito i soldi per il riscaldamento, arrangiatevi con lo scaldaletto matrimoniale e con le babbucce caldo natural con “profumazione alla lavanda per effetto-antistress”.

Insomma, nel Paese di Sottosopra i tabaccai spedivano raccomandate, i farmacisti vendevano scarpe, gli uffici postali distribuivano pentole, il Wall Street Journal era a carico del contribuente, i capitani sgommavano davanti alle isole e alla tv di stato si danzava dall’alba fino a notte inoltrata. Ognuno, insomma, faceva quello che non doveva, che non sapeva o che non avrebbe dovuto mai fare e, se qualcosa non funzionava, la colpa era sempre di qualcun altro, dei governi precedenti, del consociativismo, dei comunisti e sempre e comunque dell’Euro. Dopo il “che l’inse?” (“la comincio?”) di Giovan Battista Perasso detto il Balilla e il “tiremm innanz!” di Amatore Sciesa, nel Paese di Sottosopra cresceva la voglia di normalita’ e, perfino sulle magliette, non a caso impazzava “el grito” del Capitano Gregorio De Falco: “vadabbordo, cazzo!”