Sul set del film J. Edgar diretto da Clint Eastwood

di Daniele Colombi

In queste prime settimane di gennaio sono stati presentati due film che hanno un tema comune: i servizi segreti e il loro rapporto con il potere. C’è Clint Eastwood che indaga ancora una volta la biografia di un personaggio storico, in questo caso John Edgar Hoover, capo dell’FBI per tanti anni; dall’altra c’è George Smiley, un personaggio letterario creato da John le Carré, trasposto al cinema da Tomas Alfredson, già visto in Lasciami entrare.

Entrambi i film parlano dei servizi segreti, ma raccontano personaggi diversi e, soprattutto, mondi diversi.

J. Edgar Hoover è interpretato da uno straordinario Leonardo Di Caprio, che ormai ha consolidato il suo perfetto status di attore trasformista. Eastwood indaga il personaggio, la sua presunta omosessualità, i suoi metodi illegali, le sue convinzioni e le sue teorie che diventano manie, ossessioni. Alla base della fondazione dell’ FBI non c’è soltanto la volontà di migliorare il metodo di indagini, ma, piuttosto, la volontà di difendere il proprio Paese a tutti i costi: difendere l’America dalla minaccia esterna (il comunismo) e da una minaccia interna (la criminalità organizzata).

Il buon intento di salvare l’America si trasforma in una ricerca continua di autocelebrazione: Hoover sa bene che chi conosce i segreti di stato, ha in mano un potere ben più importante di quello del Presidente stesso. La storia riconosce i grandi cambiamenti e le migliorie di Hoover durante la sua lunga carriera, ma il profilo finale del capo dell’FBI è tipicamente americano: un eroe che cerca a tutti i costi di salvare una presunta democrazia. Un uomo che, tramite registrazioni segrete e altre illegalità, abusa di un potere e si nasconde dietro falsi ideali, cercando soltanto la propria celebrità.

Altro personaggio è George Smiley, lontano dall’eroismo, dalla celebrazione dei potenti. A servizio dei servizi segreti per molti anni, dopo essere stato messo a riposto, viene richiamato per indagare su una possibile falla nel sistema di sicurezza del Circus (famoso quartiere di Londra dove le Carré pone la sede centrale): il capo del KGB è riuscito a inserire una talpa.

George Smiley non è un invincibile agente segreto, come James Bond; è un uomo malinconico, dimesso, persino tradito dalla moglie (altro che tombeur de femme come Sean Connery); riflessivo, fa della pazienza la sua arma principale e non le pistole.

Anche il film segue questa traccia, con atmosfere cupe e tristi e i tempi molto rallentati; tra la pioggia e l’opacità delle immagini, Gary Oldman incarna alla perfezione George Smiley, accompagnato da un cast d’eccezione: Colin Firth, Tom Hardy, Mark Strong, John Hurt, Toby Jones.

L’intreccio può sembrare complicato, ma scena dopo scena si risolve ogni dettaglio, come se anche lo spettatore fosse costretto a seguire le indagini poco alla volta, senza avere il quadro generale fin dall’inizio.

George Smiley non vuole potere, non vuole essere celebrato, né pensa a qualche ideale particolare mentre svolge le indagini, se non a quello della fedeltà tra compagni.

Due modi differenti di vedere il potere, di analizzare la propria nazione (un discorso che vale più per Eastwood piuttosto che per lo svedese Alfredson, anche se La talpa deriva dal romanzo del britannico le Carré) e di giungere a delle conclusioni per far riflettere i propri connazionali e, in generale, tutti gli spettatori. Entrambi i film parlano di un passato, di un periodo differente, ma il più delle volte sembrano voler parlare al presente, perché alcuni problemi sono tutt’oggi attuali.