Il Comandante Crevato dirige i soccorsi durante l'incendio della Bianca CQualche anno fa mi trovavo nell’isola di Grenada nei Caraibi e venni colpito dalla statua di un Cristo che dominava la banchina principale del porto di St. George’s. Non ricordo esattamente le parole sulla lapide di bronzo, ma esprimevano il più profondo ringraziamento agli abitanti dell’isola che si erano distinti il 22 ottobre del 1961 nelle operazioni di salvataggio di quella che all’epoca era l’ammiraglia della flotta degli armatori genovesi: la «Bianca Costa».

Cinquantuno anni prima della sciagura della «Concordia», la stessa sorte toccò a questo meraviglioso transatlantico che faceva rotta tra Genova e il Venezuela offrendo ai crocieristi qualche sosta nelle isole dei Caraibi. Fu proprio nel porto di Grenada, in uno degli scali più sicuri delle piccole Antille, perché si trova all’interno del cratere di un vulcano spento, che a bordo scoppiò un incendio prodigioso.

Un esplosione allo starter del motore di sinistra incendiò il quadro elettrico della sala macchine e da lì il fuoco inarrestabile si propagò per tutta la nave. Tutto l’equipaggio formato da 311 marittimi e 362 passeggeri si trovava a bordo perché la «Bianca C» era pronta a levare le ancore, ma in quella occasione si riuscì a domare il panico e il comandante della nave Francesco Crevato iniziò immediatamente a coordinare la gigantesca evacuazione.

Nonostante la nave avesse iniziato a piegarsi da un lato, le scialuppe vennero calate ordinatamente con i naufraghi a bordo. Ma sotto lo scafo, nonostante il pericolo, in men che non si dica si erano radunate tutte le imbarcazioni disponibili a Grenada pronte a raccogliere chi si fosse lanciato per sfuggire alle fiamme.

Le vittime furono soltanto due: il genovese Natale Rodizza, secondo macchinista di 33 anni, e lo spezzino Umberto Ferrari, fuochista di 50 anni. Il comandante Crevato fu l’ultimo ad abbandonare la nave ridotta ormai ad una gigantesca pira: una foto d’epoca (in alto) lo ritrae impettito sul ponte mentre le fiamme gli lambiscono la bianca divisa. I naufraghi furono ospitati nell’isola dove ci fu una vera e propria gara di solidarietà, poi intervenne la Croce Rossa internazionale, sino a quando, tre giorni dopo, la M/n «Surriento» della Linea Lauro riportò i passeggeri in Italia.

La «Bianca C» ha avuto, invece, un singolare destino. Quando, dopo tre giorni, l’incendio venne domato, fu agganciata dalla fregata inglese H.M.S Londonderry che doveva rimorchiarla verso Point Salines, ma l’impresa non riuscì, i cavi si spezzarono e il transatlantico senza governo affondò su un fondale sabbioso a 50 metri di profondità il 25 ottobre 1961. Da quel momento è diventata meta di cercatori di relitti e tesori – che in parte l’hanno spogliata sino a che l’area è stata interdetta – ma oggi è una delle mete più rinomate del turismo subacqueo ai Caraibi ed è stata meta di una recente spedizione coordinata dal noto esploratore di relitti Lorenzo Del Veneziano.

Gli isolani di Grenada raccontano che qualche anno dopo il naufragio, gli armatori Costa vollero donare all’isola una statua di Gesù benedicente – che ricorda quella del «Cristo degli Abissi» che si trova nei fondali di San Fruttuoso nel mar Ligure – e vien da pensare che un sottile ponte della memoria oggi lega quella sperduta repubblica caraibica alla mediterranea isola del Giglio: la solidarietà degli uomini di mare è la stessa, a qualunque latitudine.

E sono sicuro che ben presto un’altra statua al Giglio porto onorerà i salvatori e le vittime del naufragio della «Concordia».

Nella foto, il comandante Francesco Crevato dirige i soccorsi durante l’incendio della Bianca C. Per ingrandire clicca qui