Certo che ti assumo. E non con un co. co. co. Con un contratto vero, sicuro, a tempo indeterminato: un sogno. Prima però ci sarebbe una cosetta, una formalità. Un’altra firmetta. Sulle dimissioni in bianco.
Un auto-licenziamento? Un martirio volontario? No, no. Molto di più, molto peggio: un ricatto che costringe chi ha bisogno di uno stipendio a consegnarsi mani e piedi al datore di lavoro. Il quale nove volte su dieci naturalmente non è San Francesco, altrimenti quella letterina non si sarebbe mai sognato di proporla. Così un esercito di Bob Cratchit (l’impiegato maltrattato del Canto di Natale di Dickens) aspetta invano, nell’Italia del XXI secolo, una conversione dei propri padroni.
Siccome però la realtà è piuttosto lontana dai romanzi e non è il caso di affidarsi agli spiriti, sarà bene che il governo tecnico, tecnicamente si adoperi in fretta per abolire quest’orribile consuetudine. L’Istat ha svelato che fra il 2008 e il 2009 sono state licenziate con questo sistema 800 mila persone. Il 15 per cento degli assunti a tempo indeterminato ha tra le mani un contratto “corretto” (o meglio, corrotto) dalle dimissioni in bianco.
Trattandosi di una pratica illegale, i dati sono chiaramente approssimativi. E a guardarli bene, svelano una realtà ancora più feroce che costringe le donne a scegliere tra il lavoro e la maternità: i casi di dimissioni forzate riguardano il 13,1 % delle donne nate dopo il 1973, percentuale che scende in maniera inversamente proporzionale all’età della lavoratrice. Fino ad arrivare al 6,8 % per le assunte nate tra il 1944 e il 1953.
Il licenziamento estorto riguarda, nel 90% dei casi, donne che hanno appena avuto un figlio. Per fortuna viviamo in un paese cattolico dove la “famiglia” è al centro dell’attenzione quando si parla di etica e valori, un po’ meno se si tratta di diritti. La morale di questa disgustosa prassi è: se vuoi lavorare non fare un bambino. E cerca anche di non ammalarti troppo, di ubbidire, di non creare problemi: altrimenti, basta solo mettere una data su un foglio già firmato.
Il governo Prodi aveva approvato una legge intelligente (la 188 del 17 ottobre 2007) che imponeva per le dimissioni volontarie un modulo con numeri progressivi e una scadenza di quindici giorni. Con questo semplice accorgimento, il sistema delle dimissioni in bianco firmate contestualmente all’assunzione veniva neutralizzato.
Naturalmente, appena tornato a Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi (primo onorevole atto del ministro Sacconi) si è precipitato ad abrogare la norma che dava tutela ai lavoratori più esposti. Il provvedimento (ma come abbiamo fatto a tenerci un governo così?) s’intitolava “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica”. Come se la possibilità di cacciare su due piedi una dipendente incinta fosse utile allo sviluppo economico o alla competitività dell’Italia.
In questi giorni blog e social network chiedono il ripristino della legge 188. E anche il Partito democratico, bisogna dirlo, si sta muovendo. Il ministro Fornero, interpellata dai sindacati, ha promesso che si occuperà urgentemente della questione, già nell’agenda dell’esecutivo Monti. Ci crediamo: si mise a piangere pronunciando la parola “sacrifici” durante una famosa conferenza stampa. E certo scegliere tra un figlio e il lavoro rientra a pieno titolo nella categoria “sacrifici”. Aspettiamo con fiducia, ministro.
Il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2012












