Marco Travaglio torna sulla questione dell’indulto rispondendo a Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone che svolge una meritoria opera di monitoraggio sullo stato disastroso delle carceri italiane e la costante violazione dei diritti fondamentali che ivi si consuma, e così facendo apporta qualche sostanziale chiarimento al suo pensiero in materia. La questione mi sembra importante, non perché si tratti di solleticare istinti repressivi ma perché lo strumento penale, ivi compresa l’irrinunciabile, al momento, componente carceraria, costituisce parte integrante di ogni apparato statale degno di questo nome. Il problema è come usare questo strumento. La legge e, soprattutto, la Costituzione e anche la folta rete di accordi internazionali di cui il nostro Paese è parte offrono a tale riguardo alcuni orientamenti fondamentali.

La questione è, anzitutto, quella di garantire degne condizioni di vita a tutti i reclusi. Infatti, il diritto internazionale dei diritti umani – seppure non rispettato da alcuni Stati-guida, a cominciare dagli stessi Stati Uniti d’America, che continuano a mantenere in piedi la vergogna di Guantanamo (territorio, sia detto per inciso, sottratto a Cuba in modo internazionalmente illecito) – impone il rispetto dei diritti fondamentali di tutte le persone incarcerate, quale che sia il motivo della loro incarcerazione, la durata massima della detenzione preventiva, il divieto della tortura ma anche di trattamenti disumani e degradanti.

Non v’è dubbio che in quest’ultimo concetto rientrino, come più volte sottolineato dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, organo del Consiglio d’Europa, le condizioni di vita davvero indegne di un Paese civile imposte ai reclusi per effetto del sovraffollamento carcerario.  Non è tollerabile che in Italia, come afferma proprio il Rapporto “Prigioni malate”, redatto da Antigone, vi siano 67.428 detenuti per un totale di 45.817 posti con un tasso di sovraffollamento del 147%, il più alto d’Europa dopo la Serbia, situazione insopportabile che fra l’altro determina un suicidio ogni cinque giorni fra i carcerati.

Qual è dunque la soluzione? A mio avviso occorre modificare le leggi, limitando l’uso del carcere a crimini di effettivo allarme sociale. Da questo punto di vista ritengo che  la proposta di Travaglio di escludere da determinati benefici coloro che si rendano colpevoli di crimini di corruzione, mafia, finanziari e fiscali vada nella giusta direzione. Si tratta infatti di soggetti particolarmente spregevoli, per la condizione di privilegio in cui operano, e per il danno inestimabile che arrecano al Paese, specie in un momento di crisi come l’attuale, laddove la corruzione, per non parlare delle mafie, si stima costi a noi tutti somme ben maggiori di quelle che il buon Monti si arrabbatta a raggranellare scippandole ai poveri pensionati e lesinando i soldi per servizi essenziali, ovvero liquidando a prezzi spesso irrisori patrimoni comuni fondamentali. Va tenuto conto inoltre del fatto che sempre di più criminalità mafiosa e criminalità dei colletti bianchi si compenetrano, dato il carattere particolarmente sofisticato dei reati e l’intreccio fra mafie e finanza.

Di questo dovrebbe prendere atto il Parlamento, non questo affollato di servi sciocchi e complici di mafiosi e camorristi, ovviamente, ma quello che prima o poi i partiti e Napolitano ci consentiranno finalmente di eleggere, a meno che pensino di soprassedere in eterno alla democrazia finanche nel suo aspetto rappresentativo.

Altri reati viceversa assolutamente bagatellari, affollano le galere di poveracci, spesso migranti, pari a ben il 31,8% della popolazione carceraria complessiva, che hanno avuto spesso il solo torto di rientrare fra i bersagli delle leggi fasciste e razziste che portano i nomi di Fini, Bossi, Giovanardi e illustre compagnia cantante.  Sono persone che dovrebbero essere immediatamente liberate, così come coloro che vanno in carcere per piccoli furti, spesso dovuti a questioni di sopravvivenza, come i pensionati che rubano nei supermercati e che i carabinieri, prima di dover arrestarli, invitano a cena o a pranzo. Il reato di clandestinità, poi, voluto dai nazirazzisti della Lega, dovrebbe essere immediatamente abolito, in omaggio fra l’altro agli spunti contenuti nella giurisprudenza costituzionale.

Depenalizzare “reati” dovuti solo alla condizione sociale di chi li commette consentirebbe evidentemente di liberare molto spazio nelle galere, senza doverne costruire di nuove. E, mi permetto di aggiungere, non sarebbe neanche necessario dover espellere, operazione il più delle volte impossibile per i costi o per altri motivi, gli stranieri scarcerati. Basterebbe dotarsi di una politica di accoglienza degna di questa nome, la cui attuazione costituisce del resto un obbligo ben preciso del nostro Paese, così come in genere delle Potenze occidentali che hanno prosperato per secoli grazie al colonialismo e allo sfruttamento del Terzo Mondo.

E nello spazio rimasto libero mettiamoci pure i criminali col colletto bianco, come suggerisce Travaglio. Il problema però è, ancora prima, poterli adeguatamente perseguire, grazie a forze di polizia e magistrati dotati entrambi dei necessari requisiti di professionalità, come peraltro già ne esistono e operano fortunatamente nel nostro Paese.

Nei cortei degli anni Settanta si gridava: “Fuori i compagni dalle galere, dentro i padroni e le camicie nere”. Mutatis mutandis