Campi di cocaina in Bolivia

Que la DEA no me vea!” cantano in uno dei loro pezzi più famosi gli Atajo, gruppo rock boliviano. E DEA sta per Drug enforcement administration, l’antidroga del governo degli Stati Uniti. “Mio nonno mi insegnò a pinchar – dicono gli Atajo, e pinchar vuol dire masticare la foglia di coca- La coca non è cocaina, la coca è millenaria”. Millenario è davvero l’uso della foglia di coca sull’Altropiano andino e come difensore dei diritti dei cocaleros, i coltivatori di coca, del Tropico di Cochabamba, in Bolivia, ha iniziato la sua carriera politica il primo presidente indigeno del continente, Evo Morales.

Tre anni fa, Morales espulse gli agenti della DEA dalla Bolivia e cessò ogni collaborazione con l’antidroga a stelle e strisce, accusando Washington di indebite intromissioni nella politica interna del Paese. Accanto all’uso tradizionale delle foglie di coca, però, in Bolivia è cresciuta la produzione di cocaina e si sono estese le piantagioni che hanno ben poco a che fare con la cultura andina e molto con il narcotraffico internazionale, lungo rotte dirette soprattutto dall’altopiano verso la grande pianura dell’Oriente boliviano, fino al confine con il Brasile, principale mercato di esportazione della cocaina boliviana.

E’ stato proprio il Brasile a cercare, negli ultimi anni di mediare per arrivare a un’intesa tra Bolivia e Stati Uniti, dopo che Washington ha più volte minacciato di tagliare gli aiuti bilaterali, in mancanza di un accordo sulla lotta al narcotraffico. Gli agenti della DEA hanno anche arrestato a Panama, su mandato di un tribunale di Miami, l’ex direttore dell’agenzia antidroga del governo boliviano, il generale Rene Sanabria, riconosciuto colpevole di aver organizzato il trasporto di un carico di cocaina dalla Bolivia al Cile e da lì agli Usa. Il generale è stato condannato lo scorso settembre a 14 anni di prigione. Dopo la condanna di Sanabria, però, le cose hanno preso un’altra piega, tanto che a novembre scorso, Usa e Bolivia hanno riallacciato le relazioni diplomatiche, interrotte nel 2008 dopo l’espulsione dell’allora ambasciatore statunitense Philip Goldberg da La Paz. La fine del gelo diplomatico è stato un chiaro segnale che qualcosa stava cambiando nella complicata trattativa trilaterale, anche grazie all’impegno brasiliano ad addestrare ed equipaggiare le unità della polizia boliviana impegnate nella caccia alle piantagioni illegali.

L’accordo, infine, è arrivato venerdì sera, dopo mesi di negoziati e molte versioni del testo finale. Per Wilfredo Chavez, viceministro per il Coordinamento governativo, l’accordo “rispetta la sovranità della Bolivia” e non mette a rischio l’uso tradizionale delle foglie di coca. L’ambasciatore statunitense a La Paz, John Creamer, da parte sua, ha detto che “si tratta di un importante passo avanti nella lotta al narcotraffico”. Concretamente, l’accordo prevede la creazione di un Progetto Pilota per il contrasto al narcotraffico, assieme all’Agenzia antidogra dell’Onu: gli Usa forniranno equipaggiamento e addestramento al personale boliviano, il Brasile rilevamenti satellitari e materiale di comunicazione per individuare le piantagioni di coca ‘eccedenti’ la produzione nazionale consentita.

Nello stesso tempo, l’area delle coltivazioni lecite sarà estesa da 12 a 20 mila ettari e, nel quadro dell’accordo antidroga firmato tra i paesi di Unasur, ci saranno anche piani di sviluppo per offrire ai contadini cocaleros alternative alla produzione di coca. Grazie ai risultati della lotta alla produzione cocaina, che nel 2011 hanno portato al sequestro di oltre 10 mila tonnellate di droga e all’arresto di quasi duemila persone, Morales è riuscito così a far passare in un accordo internazionale con gli Usa la distinzione tra le due facce della foglia di coca, quella “minacciosa” del narcotraffico internazionale e quella “sorridente”, legata non solo alle culture andine ma anche alla ricerca scientifica per l’impiego medicinale della coca, con relativo aumento dei fondi a disposizione. Per di più, senza che gli agenti della DEA siano di nuovo ammessi in Bolivia, per la gioia degli Atajo e dei loro fans.

di Joseph Zarlingo