Lo scrittore Adrian Bravi

Adrian Bravi, bibliotecario e scrittore nato in Argentina, interviene nel dibattito sul  #razzismoletterario

Sono in Italia da parecchi anni e non riesco a concepire l’italiano come una lingua arroccata su se stessa, senza il contributo e le contaminazioni che arrivano dalle varie lingue che s’incrociano su questa penisola. Dunque, credo che sia fondamentale il confronto con gli altri popoli, e non parlo solo di lingua ma di “culture”.

Spero che prima poi cada quella brutta distinzione, spesso pregiudiziale, tra extracomunitario e oriundo. Tuttavia, ritengo che un titolo come quello che ha aperto il dibattito su questo sito, Razzismo letterario: scrivi in italiano e non vinci mai sia, come dire… spropositato.

Molti autori stranieri che scrivono in italiano hanno avuto dei buoni riconoscimenti, ne sono stati citati alcuni da Daniela Padoan (personalmente, sono stato finalista al premio Cesare De Lollis con il mio penultimo libro e con l’ultimo, invece, sono entrato nella terna del premio Comisso del 2011, insieme a Viola Di Grado e Molesini). È vero – è questo che si lamenta- che a nessuno degli autori stranieri che scrivono in italiano è stato assegnato uno Strega o un Campiello. Però questo non ci consente di parlare di razzismo letterario, anche perché questo problema non si pone solo nei confronti degli autori stranieri, ma anche nei confronti di tanti autori italiani bravissimi, nati in Italia e magari esterni alle cerchie letterarie e forse anche amicali consolidate.

Insomma, credo che la narrativa italiana scritta da stranieri che provengono da altre lingue stia avendo dei buoni riconoscimenti da parte di molti lettori (è questo il vero premio, come sostiene Igiaba Scego). Vorrei fare solo un esempio, la rivista El-Ghibli che si occupa di “letteratura della migrazione” ha più centomila lettori ogni mese: mi sembra un dato significativo. Tra l’altro, negli ultimi anni sono nate anche diverse case editrici coraggiose che pubblicano autori stranieri (penso a Compagnia delle Lettere). Di riconoscimenti se ne potrebbero citare altri, anche a livello accademico. Ho un mio amico, argentino anche lui, che è diventato ricercatore d’italianistica a Siena.

C’è stato un periodo in cui mi divertiva vedere come i bibliotecari classificavano le opere degli autori stranieri, vedere se le inserivano tra la letteratura italiana o in quella dell’origine dell’autore. Quasi tutte le opere venivano classificate dentro la letteratura italiana del XXI secolo. Una volta però un mio libro è stato inserito nella classe: “indiani del Sudamerica”. Mi ha fatto tanto piacere, l’ho considerato un complimento. Mi sarebbe piaciuto vedere chi erano i miei vicini di scaffale, visto che indiani sudamericani che scrivono in italiano, personalmente, non conosco neanche uno. Poi è passato del tempo e ho visto che avevano cambiato la classe unificandola a tutte le altre. Mi è dispiaciuto. Però, quel che conta è la lingua con la quale è stata concepita l’opera, a prescindere dalla provenienza di chi scrive, e io, pur provenendo dall’Argentina, ho scelto di scrivere in italiano, come tanti altri stranieri che vivono qui.

La cosa migliore, per qualsiasi autore, è scrivere senza lamentarsi troppo dei premi e della critica. Se qualche riconoscimento in più deve arrivare, arriverà da solo. La lingua e la letteratura non appartengono a nessuno, appartengono solo a chi le parla, legge e scrive. Dunque, trovo paradossale parlare di un “noi” inteso come “noi scrittori stranieri” e poi accusare di razzismo per un premio mancato.