Il ministero dell’Ambiente smentisce, fonti dello Sviluppo economico invece confermano eccome: “Ci stiamo lavorando”. Il tema sono i tre articoli presenti nella bozza del decreto liberalizzazioni che renderebbero assai più facile trivellare il nostro territorio alla ricerca di nuovi giacimenti di idrocarburi (ve lo abbiamo raccontato ieri): maggiori investimenti infrastrutturali in Basilicata per implementare fin da subito la produzione di petrolio (da 80 mila a 104 mila barili al giorno), snellimento delle procedure per le concessioni, norme più lasche per l’attività in mare (il limite per “bucare” passerebbe da 12 a 5 miglia marine).

Questo è il progetto del governo, il quale conta in questo modo non solo di incassare più soldi in royalties e tasse, ma ritiene pure che questo ci farebbe fare bella figura con le agenzie di rating: Standard & Poor’s – si legge nella relazione al decreto – a settembre ha alzato la sua valutazione su Israele dopo il via libera ai trivellamenti off shore. A voler pensare male, però, si potrebbe considerare il tutto anche come una sorta di partita di giro con le grandi compagnie petrolifere: se da un lato il decreto liberalizzazioni le costringe alla vendita di almeno il 30 % per cento dei loro distributori e ipotizza per l’Eni il futuro scorporo di Snam Rete Gas, dall’altro gli concede in regalo il territorio italiano (dove, peraltro, si pagano royalties dalle cinque alle sette volte più basse del normale). D’altronde, nonostante l’esecutivo Monti sostenga il contrario nella sua relazione, non è che richieste e tentativi di trivellazione si siano fermati: sono ben 117, informa un dossier dei Verdi, le concessioni attive per cercare petrolio in mare e sulla terra e ben 21 permessi sono arrivati nell’ultimo anno. Gli operatori sono quasi tutti stranieri: a parte Eni e Edison, ci sono gli inglesi della Northern Petroleum, della Shell, di Puma e di Medoil Gas, gli irlandesi della Celtic, gli australiani della Audax, i francesi della Total. E altri arriveranno, perché si tratta di un affare enorme: solo dalla Basilicata – dove peraltro fioccano le inchieste per corruzione sugli appalti nelle zone petrolifere – le compagnie incasseranno 3, 6 miliardi di euro quest’anno per estrarre quello che oggi è l’ 80 % del petrolio italiano.

Con queste nuove norme, in ogni caso, sono le ricerche off shore quelle maggiormente incentivate. Anche qui, non è che fossimo fermi fino a ieri, anche se poi la rivolta di cittadini e associazioni ha spesso bloccato le trivelle: fino a maggio 2011, infatti, erano già stati rilasciati 25 permessi di ricerca per trovare idrocarburi in mare per un totale di 12 mila km di mare, una cosa un pò meno grande della Campania. I fondali interessati sono quasi in tutta Italia: 12 richieste riguardano il canale di Sicilia, 7 l’Adriatico settentrionale, 3 il mare tra Marche, Abruzzo e Molise, 2 la Puglia e 1 la Sardegna. Detta in altri termini, rischiano le acque meravigliose di Pantelleria e delle Egadi, rischiano le Tremiti (il Tar ha bloccato tutto, si aspetta il Consiglio di Stato), rischia il mare di Brindisi, rischiano tutte le Marche a nord e a sud di Ancona, rischia in Sardegna il mare tra Bosa e Oristano, rischia la splendida Val di Noto in Sicilia e ancor peggio andrà se le nuove norme saranno approvate. “Potrebbe essere interessata una superficie di 30 mila km”, dice Angelo Bonelli. Le istanze di ricerca in mare ancora pendenti, per dire, sono quasi 40 (al 90 % presentate da compagnie straniere) e adesso potranno riguardare tratti di mare molto più vicini alla costa. “Ma il gioco, come ripetiamo da anni, non vale la candela – spiega il presidente dei Verdi – Secondo il ministero dello Sviluppo economico le riserve stimate in Italia sono 187 milioni di tonnellate (11 a mare), che agli attuali tassi di consumo – che nel 2010 ammontavano a 73, 2 milioni di tonnellate – verrebbero consumate in meno di trenta mesi, cioè in due anni e mezzo”.

Le associazioni ambientaliste, ovviamente, sono fuori dalla grazia di dio: “Il nuovo governo – dice Legambiente – sceglie la via più antica e obsoleta: quella di svendere il paese ai petrolieri. Alla faccia della green economy”. Greenpeace propone, a partire dalla manifestazione “No Triv” di domani a Monopoli (città davanti a cui si vorrebbe trivellare), di creare una rete nazionale dei territori a rischio.

Da Il Fatto Quotidiano del 20/1/2012