Dice di essere iscritto all’Anpi e di aver fatto solo un po’ di politica una trentina di anni fa con un movimento per il diritto alla casa. Ad armarlo, la notte tra il 7 e l’8 dicembre scorso, quando sparò 3 colpi di 357 Magnum Colt Python che deteneva illegalmente ferendo un neonazista bolognese, Vincenzo Gerardi, 29 anni, è stata una risposta di “follia” a una “questione di civiltà”.

Sono alcune delle parole di Michelangelo Ingrassia, 47 anni, il cuoco di origine tarantina da quasi un mese e mezzo agli arresti con l’accusa di detenzione illegale d’arma da fuoco e denunciato per tentato omicidio. Le pronuncia – anzi le scrive, essendo ancora in carcere – al Corriere di Bologna attraverso il suo legale, l’avvocato bolognese Simone Sabattini che lo assiste da quando gli agenti della squadra mobile e del commissariato Due Torri lo hanno fermato.

La vicenda, accaduta nella notte che precedeva un prefestivo, era stata l’epilogo di una serata movimentata in un locale di via del Pratello, pieno centro storico di Bologna, dove 3 militanti di estrema destra avevano trascorso alcune ore bevendo e infastidendo avventori e passanti dentro e fuori il bar. Un epilogo che si era consumato in 2 fasi.

La prima in cui Ingrassia, che convive con la sua compagna in un appartamento della zona e ha una figlia, aveva cercato di placare i 3 giovani ricevendone una prima dose di insulti e percosse. E la seconda, di poco successiva, quando l’uomo era tornato nascondendo sotto la giacca una pistola con cui aveva fatto fuoco – disse il cuoco – verso il basso, per quanto in un primo momento il pubblico ministero titolare dell’indagine, Stefano Orsi, volesse avere conferme. La sua intenzione – aveva detto subito Ingrassia al magistrato e agli agenti di polizia – sarebbe stata quella di intimidire i ragazzi inducendoli ad andarsene.

Chi aveva assistito almeno alla prima fase dell’alterco aveva raccontato agli inquirenti di comportamenti aggressivi dei 3 neofascisti, soprattutto verso gli immigrati e verso le ragazze presenti. E la ricostruzione che Michelangelo Ingrassia fa al Corriere sembra confermare le dichiarazioni dei testimoni. “Il locale era pieno”, afferma. “Arrivo e vedo quei tre che fanno cori fascisti: ‘Boia chi molla‘, ‘duce, duce‘. C’era tensione, mi dicono che sono tre ore che bevono”.

E aggiunge entrando più nel dettaglio di quanto avvenuto quella sera: “Hanno spento una sigaretta in testa a un ambulante straniero lì fuori, un altro l’hanno chiamato ‘scimmia‘, hanno molestato le ragazze e coperto di insulti una che aveva detto di smetterla, a maggior ragione al Pratello davanti alla lapide dei partigiani […]. Volevano la rissa e io purtroppo ci sono cascato”.

Adesso, a oltre un mese dai fatti e dopo aver trascorso le festività natalizie dietro le sbarre, dichiara che “chi mi conosce sa che non sono uno che va in giro a sparare alla gente”. Però quella sera accadde e per spiegare perché fece fuoco ferendo superficialmente uno dei 3 giovani a una gamba, parla di 4 errori: andare a prendere la pistola che afferma di non aver mai usato prima per quanto ce l’avesse illegalmente (gliel’avrebbe data anni fa un compaesano, altro sbaglio non esserne sbarazzato ai tempi), cedere per la seconda volta alle provocazioni (“Se hai le palle, spara”) finendo di nuovo in una colluttazione e infine aprire il fuoco davvero.

Dice anche che a sua figlia cercherà di spiegare, quando gli sarà possibile, che “suo padre ha perso la testa e che questo è sbagliato, a prescindere dalle ragioni”. Ma in riferimento a quella notte aggiunge senza tuttavia tentare la strada della scusante: “Quando sei di fronte a 3 persone che offendono i tuoi valori, da ore, in una via della città in cui non è mai successo, la rabbia supera il buon senso”.