È un enorme blocco di cemento grigio dall’aspetto sinistro sulla Normannenstrasse, a poche decine di metri dalla Karl Marx Allee, quel lungo viale che è il tributo più pacchiano alla megalomania della Ddr, dove Erich Honecker e i gerarchi del regime sfilavano nelle imponenti parate militari, tra cigolìo dei carriarmati e sfrecciare dei caccia sovietici. Incute ancora timore la vecchia sede della Stasi, oggi che Der Mauer, il Muro di Berlino, non c’è più, e la Cortina di Ferro è solo un ricordo lontano. Così lontano che la maggior parte dei giovani della Germania unita (di sicuro tutti i liceali, ma ormai anche buona parte degli universitari) hanno notizia di quell’epoca solo grazie a vecchi filmati e ai racconti dei loro padri. Ma tra chi ha vissuto quegli anni, chi ha sofferto la dittatura dell’Est, la notizia dell’apertura al pubblico del lugubre quartier generale della polizia di Stato, è un evento che riapre vecchie ferite e suona come un’inopportuna operazione di marketing. “Un circo di cattivo gusto, una mancanza di rispetto nei nostri confronti”, dice alla Reuters un ex meccanico, Manfred, 71 anni, che riceve dallo Stato una “pensione di vittima”, la miseria di 250 euro al mese.

C’è chi la chiama già “una Disneyland comunista”. Hanno speso 11 milioni di euro per ristrutturare quelle tetre stanze dove si pianificava la repressione di Stato, e ne hanno fatto un polemico museo della memoria. All’ingresso della Haus 1 – quello stesso edificio nel quale una folla indignata fece irruzione il 15 gennaio 1990 – ci si trova subito di fronte a un imponente busto di Karl Marx. Ma bisogna salire al primo piano per immergersi nel mondo dello spionaggio meticolosamente organizzato, tra pareti in legno color senape, grandi tappeti e poltroncine azzurre. Arredamento triste e modesto di una dittatura povera. Qui, da queste stanze, si teneva d’occhio un’intera nazione. Per i leader della Sed, il partito unico, era l’efficacissimo strumento di terrore e oppressione che gli consentiva di mantenere saldo il controllo del potere. “Lo scudo e la spada” era l’espressione che loro stessi avevano coniato per definire lo Staatssicherheit, il Servizio per la sicurezza statale. Per tutti, semplicemente, Stasi. Che era un insieme di polizia segreta, agenzia centrale d’intelligence e ufficio d’investigazione criminale.

Ai vertici, per oltre trent’anni, e sino alla caduta del regime, nel 1989, il temibile Erich Mielke. Era l’uomo che teneva in scacco un intero paese, grazie a 91 mila agenti e 173 mila informatori non ufficiali. Nel suo ufficio, spicca la sobrietà comunista, ma anche gli strumenti – per l’epoca – tecnologicamente avanzati. Un grande telefono con un’infinità di tasti, sofisticati registratori, un vecchio televisore Philips che gli permetteva di vedere le tv occidentali. La scrivania è la stessa sulla quale Mielke firmò la condanna a morte per tantissimi oppositori. Nelle altre sale, sono esposti gli strumenti impiegati nello spionaggio. Ci sono telecamere nascoste in cisterne d’acqua, o all’interno di pietre, e microfoni occultati alla bell’e meglio dietro cravatte. Cose che fanno persino sorridere, viste con gli occhi odierni, ma che è probabile vengano osservate con distacco solo dai turisti stranieri. Ma che rischiano di apparire un affronto alle vittime del terrore. Così come quei gadget – magliette, bandiere, accendini, portachiavi – con i simboli della Ddr, disponibili un po’ ovunque nei negozi di souvenir di Berlino.

La capitale tedesca è permeata di ricordi della sua storia spesso tragica. E questa costante insistenza nel riesumare il passato continua a scuotere le coscienze. A molti non è piaciuta per niente l’idea, lanciata la scorsa estate dall’ex sindaco Eberhard Diepgen, di riedificare il Muro “per dare a tutti la possibilità di rivivere la storia”. E anche la ricostruzione, che costerà 590 milioni, dell’antico castello degli Hoenzollern sul sito dove il regime comunista aveva eretto il Palazzo della Repubblica, continua a suscitare polemiche.

Il Fatto Quotidiano, 20 gennaio 2012