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Sei in: Il Fatto Quotidiano > Blog di Bruno Tinti > Per non affogar...

Ho spiegato come le Correnti si sono impadronite del Csm e quali ne sono state le conseguenze: nomine dei dirigenti degli uffici inquinate dall’appartenenza a questa o a quella Corrente; procedimenti disciplinari influenzati dalla “potenza” dell’incolpato e della sua Corrente; rifiuto di ottemperare alle sentenze dei Tribunali amministrativi che annullavano le decisioni del Csm (ovviamente quelle influenzate da logiche di appartenenza correntizia) e che il Csm puntualmente reiterava per anni e anni. In una parola clientelismo.

Così si spiegano i casi che ho descritto negli articoli precedenti. Ma ce ne sono tanti altri. Quello di Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del ministero e pezzo grosso di Mi, sottoposto a procedimento per trasferimento d’ufficio e revoca dell’autorizzazione a ricoprire incarichi fuori ruolo (doveva abbandonare la sua carica presso il ministero); il procedimento è durato più di 2 anni con escamotage di tutti i tipi per evitare di decidere, fino a quando è arrivato il ministro Severino e Miller ha dato le dimissioni “spontaneamente”, cioè per non essere cacciato.

Quelli di Manuela Romei Pasetti (Unicost), presidente della Corte d’appello di Venezia, e di Giovanni Palombarini (Md), Avvocato generale presso la Corte di cassazione, mantenuti al loro posto a dispetto delle decisioni di Tar e Consiglio di Stato, Palombarini addirittura fino alla pensione e Romei Pasetti fino al pensionamento del collega che aveva fatto ricorso contro di lei. E decine di altri. Un panorama desolante.

Come se ne può uscire? C’è un punto fermo: non con una nuova legge; che poi dovrebbe essere una legge costituzionale perché le modalità di scelta (elezione) dei componenti del Csm sono previste appunto dalla Costituzione. Chiunque capisce che, se i partiti avessero l’opportunità di por mano a una riforma del Csm, si darebbe un addio all’indipendenza della Magistratura. Ne approfitterebbero subito per costruire un sistema che affiderebbe alla politica il controllo sui giudici, sulla loro carriera, sui loro stipendi e sulla loro – vera o presunta – responsabilità disciplinare. Sicché, non c’è dubbio, i giudici devono mettersi una mano sulla coscienza e “riformarsi” da soli.

Come? Di nuovo un punto fermo: non con l’abolizione delle Correnti. Sarebbe inaccettabile una simile violazione della libertà di associazione e di espressione; e sarebbe improponibile impedire ai giudici di confrontarsi intellettualmente e professionalmente. E sarebbe per contro ingenuo aspettarsi una riforma dall’interno, in esito alla quale le Correnti si privassero autonomamente della loro caratteristica di gruppo di potere, del conseguente clientelismo come strumento per garantirsi consenso e quindi potere, in una spirale infrangibile.

E allora? C’è una sola strada: un accordo tra i giudici tutti, i non correntizzati, i semplici associati alle Correnti, i correntocrati pentiti, per gestire l’elezione del Csm con un by pass che impedisca alle Correnti di imporre i suoi candidati. Il sorteggio, il sistema più semplice e meno inquinabile che si possa immaginare. Si sorteggiano, tra tutti quelli in servizio, 16 magistrati; 2 tra i giudici di Cassazione, 10 tra i giudici di Tribunale e di Corte d’appello, 4 tra i Pubblici ministeri (così come è previsto per legge). Poi i sorteggiati confluiscono in una lista (loro e solo loro) e tutti i giudici la votano. E i sorteggiati diventano “votati” e vanno al Csm. La Costituzione è salva, non c’è bisogno di una nuova legge e le Correnti restano fuori dal Csm.

Obiezione: con questo sistema chissà chi finirà al Csm, magari qualcuno ambizioso o incapace. E si tratta di un’obiezione infondata. Quanto all’ambizione, è merce assai più presente tra i correntocrati che tra i giudici normali, quelli che quotidianamente spalano centinaia di processi e si fanno un mazzo così per depositare sentenze e provvedimenti vari.

E, quanto alla capacità, davvero si pensa che un giudice che può infliggere un ergastolo, decidere di fallimenti che mettono sul lastrico decine di persone, stabilire a chi affidare i figli in caso di separazioni o divorzi, non sia in grado di stabilire chi deve fare il presidente del Tribunale di Poggio Fiorito o se il collega Servo Suo Eccellenza meriti la censura, la perdita di anzianità o l’espulsione dalla magistratura? In realtà è proprio questa obiezione che rivela di che pasta sono fatti i correntocrati: gente convinta che il governo della magistratura sia un fatto politico, che richiede doti politiche; che, e questo è assolutamente vero, non tutti posseggono. Fate largo dunque; e lasciateci lavorare.

No, non deve andare così. Una magistratura capace di garantire la legalità, comporre i conflitti e reprimere gli illeciti non può permettersi di essere inquinata al suo interno dalle stesse illegalità, piccole o grandi che siano, che pretende di sanzionare. Non è l’autorità che le viene meno a seguito del diffuso clientelismo che ha permeato le Correnti senza possibilità di ritorno. L’autorità delle sentenze è garantita dalla legge, non dalla persona del giudice. Ciò che questo sistema perverso sottrae alla magistratura è l’autorevolezza; e questa si conquista sul campo, con la propria condotta quotidiana. Vivendo, per dirla con Kant, con il cielo stellato sopra di sé e la legge morale dentro di sé. E questo è incompatibile con le Correnti.

Il Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2012