Il mare visto dal ponte di una naveMarinai elbani o ponzesi, che ho frequentato in altri tempi, partivano sempre con lo sguardo serio al mare per poi rivolgersi a chi rimaneva a terra con rapidi saluti.

Era possibile vedere, come del resto nei loro brevi sorrisi, lo sguardo preoccupato di chi è cosciente che l’unico vero comandante è il mare. E così, la serietà dei loro visi rassicurava chi avrebbe navigato con loro, ma anche chi, rimanendo a terra, li lasciava andare per compiere il loro difficile mestiere. Sui moli si incrociavano, così come sui ponti di tutte le navi, piccole o grandi che fossero, protette da quelle austere figure, mani festanti che si agitavano in entrambe le direzioni in segno di saluto. E loro, affacciati alle plance esterne, cominciavano a manovrare per uscire in sicurezza dai porti.

Uomini sempre e comunque forgiati dal sale e dal sole e dalla serietà di chi, in divisa da lavoro, guardava per un ultimo saluto mogli, madri e figli in attesa che quest’ultimi si facessero grandi e perciò in grado di affrontare, per ineludibile destino, come e con i propri padri, il mare.

Partivano per mesi dove, in solitudine, oltre al lavoro quotidiano, si sarebbero rifatti i letti delle loro cuccette, dove avrebbero appreso la bellezza del cucinarsi da soli con i rari ma preziosi complimenti degli altri marinai, dove la fastidiosa piccola fatica del rigovernare stoviglie veniva finalmente compresa e così suddivisa in turni. Fatica condivisa che, nei ritorni a casa, li rendevano capaci di sostituirsi alle mogli in quella faccenda domestica.

Non vi è donna di marinaio, perso o disperso, che non abbia pianto il suo uomo. O che non l’abbia atteso per vent’anni più tutta una vita.

Uomini che comprendono, nell’esercizio del loro mestiere, sottoposti alla modestia tutti i giorni dalla bellissima e pericolosa maestosità del mare, le possibili e bellissime altrui diversità. E ne fanno tesoro, per se stessi, per chi li ama, o più semplicemente per chi, come me, li stima infinitamente.

Nei sacchetti avanzati di una cambusa vi era un pugnello di ceci, uno di lenticchie e a seguire furono raccolti tutti i piccoli avanzi di fagioli, piselli secchi e fave sbucciate. Apparve alla fine anche un barattolino con un non-niente di borlotti. Tutti furono messi in ammollo la sera prima con una punta di bicarbonato presa da una scatolina umida e rivestita di salsedine. La mattina successiva tutto fu risciacquato in mare aperto e poi nuova e preziosa acqua dolce e spicchi d’aglio non sbucciati. Tutto fu messo a cuocere per tre lentissime ore, avendoci aggiunto fin dall’inizio un ramoscello di rosmarino che era stato strappato da uno scoglio qualche giorno prima.

Il Comandante Antonio aveva anche tirato fuori l’abbondante cotenna di una carne secca (un rigatino di maiale) che era stata completamente consumata nei tanti giorni di navigazione e, aiutandosi con un coltello che sembrava più una roncolina taglia-reti, la sminuzzò in listarelle che furono subito messe a cuocere, fino al loro ammorbidirsi, insieme a tutto quel meraviglioso denso “pattume” di legumi, in parte disfatti e in parte interi.

Mai amai così tanto l’olio che mi porto sempre dietro e che tirai fuori, per un obbligatorio C, decantandone le proprietà. Fui ascoltato, tanto per cambiare, da tutti quegli uomini che, come donne, sanno imparare dagli altri, come sanno insegnare a tutti tutto quel che sanno di lune, di sole e di vento, di nuvole, di albe e tramonti, di rassicuranti ridossi e di mare aperto, sempre con gentilezza, sapienza e alle volte con talentuosità. Come nel caso di quella meravigliosa minestra, mangiata poi altre due volte, una vicino a una tonnara, cucinata da una donna che la chiamava “la minestra del mare”, e molti anni dopo in Grecia, cucinata da un monaco che la chiamava “la minestra di Ulisse”.

Ma si sa, le donne e i marinai, vivaddio, generosamente parlano, e i monaci ovviamente ascoltano gli angeli.