+ 5144 alunni; -5745 docenti; – 3968 Ata; -774 classi; -53 scuole: queste le conseguenze, solo nella Regione Lazio, della politica scolastica degli ultimi anni. Com’è noto, l’art. 19, commi 4, del D.L. n.98 del 6 luglio 2011, convertito, con modificazioni dalla legge 15 luglio 2011, n.111 ha previsto (per garantire un processo di continuità didattica – dicono –  nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione), a decorrere dall’anno scolastico 2011-2012, che la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado siano aggregate in istituti comprensivi, con la conseguente soppressione delle istituzioni scolastiche autonome costituite separatamente da direzioni didattiche e scuole secondarie di I grado.

Le ragioni, certamente, sono altrove: attraverso l’accorpamento di istituti si contraggono posti, dunque si risparmia. La solita storia.

“Gli istituti comprensivi per acquisire l’autonomia devono essere costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche”. L’adempimento della norma ha fatto sorgere sin dall’inizio una serie di dubbi e perplessità, suscitando proteste e persino sospetti di incostituzionalità: essa va a incidere sulla sfera delle attribuzioni delle Regioni che hanno competenza esclusiva in materia di dimensionamento delle rete scolastica, come ribadito anche dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 200/2009.

Tra l’altro, sulla base delle procedure previste dal Dpr n. 233/98 tutt’ora vigente (in assenza dell’intesa prevista dal Dpr n.81/2009), ai fini dell’adozione da parte delle Regioni dei piani di dimensionamento della rete scolastica, è compito degli Enti locali formulare le proposte di aggregazione in istituti comprensivi, unendo scuole dell’infanzia, primarie e secondaria di I grado, e decretando la contestuale cessazione delle scuole autonome costituite separatamente da circoli di didattici e scuole di I grado.

Entro il corrente anno scolastico – dunque – le Regioni dovranno adempiere al compito di varare il dimensionamento scolastico, che deve contemperarsi ai nuovi parametri. Sono quindi a rischio ulteriori scuole anche nel Lazio. Qui da noi, però, a differenza che altrove (dove sono state individuate formule per ostacolare l’attuazione di tagli aggiuntivi a carico delle scuole che da anni, ormai, lottano per la sopravvivenza quotidiana), il fatto che il precedente governo – che ha varato la normativa – non abbia nemmeno consultato le Regioni su una materia di competenza di queste ultime, non ha suscitato reazioni significative da parte dei diretti interessati: una prova dell’indubitabile fedeltà dell’amministrazione regionale laziale rispetto alle direttive impartite dal precedente governo.

In questo inverno soporifero, in cui l’avvento del governo tecnico sembra aver chetato qualsiasi forma non solo di opposizione, ma persino di riflessione critica sulle vicende della scuola, il Tavolo Regionale del Lazio per la difesa della Scuola Statale ha organizzato per domani alle 15.00 un presidio in Via Rosa Raimondi, sotto la sede della Regione.

Anche l’Asal – Associazione scuole autonome Lazio  – ha espresso parere decisamente contrario al provvedimento di dimensionamento della rete scolastica, chiedendo una moratoria di almeno due anni della norma e proponendo alla Regione Lazio di farsi promotrice – in sede di conferenza Stato-Regioni – di una richiesta urgente presso il governo di un decreto-legge correttivo della normativa.

Le ragioni dei componenti del Tavolo – cui aderiscono, tra gli altri, il coordinamento “Non rubateci il futuro”, quello delle scuole secondarie di Roma, le associazioni Scuola e Costituzione, Cgd, Federazione della Sinistra, Flc Cgil, Idv, Sel, Unicobas – riguardano principalmente disagi per le famiglie, carichi di lavoro aggiuntivi per le segreterie delle scuole, ridotte proporzionalmente alle unità scolastiche, l’ulteriore vincolo per i dirigenti alle mere funzioni burocratiche, che li allontanerebbero definitivamente dalla possibilità di avere relazioni significative con genitori, alunni e docenti, l’indebolirsi del coordinamento didattico, con il conseguente indebolimento delle singole istituzioni scolastiche.