C’erano un tempo i nonluoghi: autostrade, centri commerciali, stazioni. Posti di passaggio, senza storia, in cui l’umanità al massimo si esprimeva nei bagni pubblici, con una scritta d’invito a una meravigliosa prestazione sessuale anonima corredata da numero di cellulare. Per il resto: vuoto relazionale, spazi emotivamente asettici, privi di ogni carattere sentimentale.

Marc Augé li aveva definiti così, gli spazi urbani e extra-urbani nati con una funzione precisa ma spogliati di ogni prerogativa identitaria. Nei nonluoghi gli uomini e le donne non si incontrano ma, semplicemente, si incrociano, passano uno accanto all’altra con un solo obiettivo: compiere una funzione precisa. Magari comprare un abito o un bel take away cinese, sfrecciare verso casa, prendere un treno per chissà dove, tutti simili agli individui cantati da Pooh, improvvisati, inconsapevoli e sanremesi sociologi postmoderni: «Li incontri dove la gente viaggia o va a telefonare, con il dopobarba che sa di pioggia e la ventiquattro ore». Altri tempi, quelli delle cabine pubbliche. Ora quel tipo in loden cantato dal gruppo vetero-pop ha qualcos’altro in mano, oltre alla valigetta da impiegato pendolare. Uno smartphone. Con il quale è riuscito a negare le ipotesi del buon Augé: i nonluoghi sono diventati iperluoghi emotivi, grazie alle varietà delle applicazioni di geolocalizzazione.

Steven Spielberg, insomma, a causa di FourSquare non potrebbe più girare un film come The Terminal, in cui un semi-imbambolato Tom Hanks trasforma inaspettatamente l’aeroporto in cui si trova costretto a vivere in una sorta di casa, persino accogliente, dove innamorarsi e stare bene. I gate delle partenze di Fiumicino già assomigliano a piccole amorevoli città, perché le persone che ci vanno, si salutano, s’abbracciano, piangono o ridono per un improvviso ritorno e postano tutto sui propri profili. Trasformano il Terminal 3 in un posto riconoscibile in cui se non ci sono i segni della storia con la S maiuscola, inghiottita dal metallo e dal pavimento plastificato uguale in tutto il mondo, ci sono però le storie, umane, piccole, appassionate, intime. Il centro commerciale, la stazione, l’autogrill si trasformano in spazi di relazione, dove la mappa geografica è sostituita da una ricca topografia sentimentale. Ogni posto subisce attraverso il virtuale un processo di deterritorializzazione e riterritorializzazione simile a quello descritto da Gilles Deleuze e Félix Guattari in Mille Piani: sono decodificati, privati prima di un racconto, e poi di nuovo codificati, ricostruiti. rinarrati.

Gli iperluoghi, così, significano grazie alle storie rappresentate nelle cartine virtuali. Pleens, la piattaforma nata per la costruzione di mappe emotive collettive, Percorsi Emotivi, il geoblog per ri-raccontare Bologna, sono solo alcuni esempi di ricostruzione sentimentale dei luoghi. Agli ideali della ragione, come ha scritto in Il tempo delle tribù Michel Maffesoli, si sono sostituiscono le emozioni, alla logica dell’identità quella dell’affetto. Persino la politica potrebbe cambiare: imparando a capire e costruire nuove tribù di sentimento.