Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Roberto Marone (web designer e redattore di doppiozero.com) sulla questione dell’area ex Enel di Milano.

Il progetto dell'edificio che nascerà nell'Area Ex Enel

In questi giorni molti intellettuali, con articoli apparsi su alcune delle maggiori testate nazionali, hanno cercato di sollevare il problema della qualità dell’architettura nella città di Milano, sostenendo il piccolo comitato Area (e)X Enel, sorto per migliorare l’agghiacciante progetto di riqualificazione dell’area. Alle opinioni espresse credo vadano aggiunte due considerazioni, una formale e una di contenuto. Quella formale riguarda lo strano rapporto fra interesse pubblico e privato, tema ormai cruciale in questo Paese.

Proviamo a riepilogare brevemente la vicenda sostituendo ‘pubblico’ e ‘privato’ con ‘noi’ e ‘loro’. L’Enel vende inspiegabilmente tre isolati nel centro di Milano (noi) a una società immobiliare (loro) che progetta, senza concorso o gare (cosa concessa solo ai loro) 25 mila mq di appartamenti e alberghi, chiedendo e ottenendo dal Comune (noi) una variante al piano regolatore (ossia alle regole del nostro territorio) che permetta, in nome del nostro interesse, un forte incremento di valore della loro area. Essendo poi obbligata per legge a corrispondere gli oneri di urbanizzazione (ovvero a costruire a proprie spese infrastrutture di pubblico interesse: scuole, parchi, strade), propone al Comune (sempre noi) la sede di una associazione (l’Adi), un giardinetto in mezzo a un grosso crocevia e la creazione di un parcheggio a pagamento (gestito, capolavoro, sempre da loro!).

Il Consiglio Comunale approva all’unanimità il progetto, sostenendo che il tutto è splendidamente negli interessi della città e dei cittadini (leggi la risposta dell’assessore all’Urbanistica del Comune di Milano, Ada Lucia De Cesaris a Marco Belpoliti del Fatto Quotidiano). Parlando seriamente: che un albergo, la sede di un’associazione (prestigiosissima e benemerita, beninteso, ma pur sempre troppo settoriale per definirsi una infrastruttura del quartiere al pari di una scuola o una biblioteca), un isolato intero di appartamenti e un parcheggio a pagamento – costruiti in zone storicamente protette – siano nel nostro interesse e nell’interesse della città, è una cosa quantomeno dubbia. E che, in nome di questo misteriosissimo interesse pubblico, il tutto venga realizzato in deroga alle norme è veramente una offesa alla città.

Ma se anche il profilo formale non fosse così malconcio, se anche volessimo sacrificare tanto interesse pubblico, resterebbe aperta una problematica di contenuto: accanto a questo legittimo interesse privato dovrebbe esserci quella cosa che in Italia abbiamo dimenticato: il progetto. Non una accozzaglia di geometrie e funzioni. Non due cuboni di cemento accrocchiati da un simil-architetto su autocad, a mollo nel niente urbano, ma un progetto, un senso, un’idea di territorio, di città, di paesaggio. Un’idea di Milano.

Bisogna riflettere sul senso di quello specifico contesto urbano, sull’importanza turistica del cimitero monumentale, sul nesso con gli edifici circostanti, sull’ingresso al quartiere, sull’architettura di quel territorio; interrogarsi sulla viabilità, il criterio urbanistico, il senso storico della preservazione dell’architettura industriale (che è memoria cittadina), la sostenibilità ambientale, la qualità dei materiali, del disegno, l’espansione della città, le nuove funzioni, i nuovi bisogni, le prospettive economiche. Porsi le Domande, con la d maiuscola, a cui rispondere con una qualità architettonica che le operazioni urbanistiche (benvenute) hanno in seno nel tracciare le linee su quel foglio già stropicciato che è Milano. Perché quelle linee sono il futuro di una città, e progettarle significa tracciarle bene, con cura, con intelligenza, con coraggio.

Rimanere incollati a un’asfittica gestione dell’ordinario, delle volumetrie, dell’edilizia, delle trattative, delle leggi, o peggio ancora di una funzione burocratica dell’urbanistica, significa abdicare al pensiero, prima ancora che all’architettura. Sarebbe invece così bello, vista la fiducia di cui ancora gode, che questa Giunta, allontanandosi dal mero potere di approvazione e ratifica e dalla palude delle normative, ritrovi nel territorio, nell’architettura, nel progetto, uno dei sensi più alti del fare politica: disegnare il mondo.

di Roberto Marone