Ed Miliband, leader del partito Labour

I sindacati minacciano di scaricare il Labour. A Londra l’attrito fra i principali finanziatori e sostenitori del partito che fu di Tony Blair e il suo attuale leader Ed Miliband è sempre più forte. Il tutto perché il capo dell’opposizione al governo di David Cameron ha fatto sua proprio una battaglia del primo ministro. Il taglio all’aumento degli stipendi del settore pubblico è il nodo della questione. Così come l’ormai consueta condanna che arriva da Miliband a ogni sciopero. “Un grande errore”, disse lo scorso 30 novembre, quando milioni di dipendenti pubblici incrociarono le braccia. E la faglia fra il Labour e i sindacati si allargò di molto.

Ora, ad attaccare, è il GMB, il terzo sindacato del Regno Unito. Il suo segretario generale Paul Kenny ormai non finge più. “Rivedremo la nostra affiliazione”, ha detto ieri Kenny, lasciando intendere che, se questo avvenisse, a perderci sarebbe proprio il Labour, che riceve tanti dei suoi fondi proprio dal GMB, forte dei suoi 610mila iscritti. A lanciare il contrattacco dei sindacati era stato però Len McCluskey, leader del più grande sindacato britannico, Unite, un milione 400mila iscritti. In una lettera al Guardian dello scorso lunedì, McCluskey aveva scritto che “Miliband sta preparando il terreno al Labour per il prossimo disastro elettorale. Miliband sta minando la sua stessa leadership, accettando le politiche e i tagli di Cameron”.

L’accusa sempre più frequente è quella di ‘Blairismo’, ‘neoliberismo’ e di non considerare il cuore, la base del partito. Un’accusa pesante per Miliband, che aveva inserito la difesa dei lavoratori proprio nel suo programma di mandato. Ma già il suo mancato supporto ai più recenti scioperi aveva dato di che pensare. Un altro oggetto del contendere è il lavoro. Cameron sostiene che il taglio agli aumenti dei dipendenti pubblici consentirà di creare nuova occupazione. I sindacati contestano questa visione. Grazie ai tagli, un insegnante l’anno prossimo perderà circa 2600 sterline di stipendio – calcola Unite – e nessun posto di lavoro verrà creato, sostengono le sigle. Il Labour sta nel mezzo, ma secondo alcuni ormai sta proprio con Cameron.

Lo scorso 30 novembre si tenne il più grande sciopero di massa dal 1979. Il 90 per cento delle scuole rimase chiuso, controlli alle frontiere a rilento, sanità a singhiozzo, dipendenti delle amministrazioni locali a casa. Allora il nodo da sciogliere era quello della contestata riforma delle pensioni, definita dai sindacati da ‘macelleria sociale’, prevedendo un aumento della contribuzione mensile del 50 per cento in due anni. Inoltre, se la riforma dovesse andare in porto, l’assegno pensionistico sarà legato alla media degli stipendi della propria carriera lavorativa e non più alle ultime buste paga. L’età per il pensionamento salirà a 66 anni entro il 2020 e ulteriori fardelli sono previsti per le pensioni d’oro. Un sondaggio di YouGov rivelò tuttavia che oltre il 50 per cento dei britannici, a fine novembre, non appoggiava la mobilitazione.

Oggi, intanto, agli scontenti si unisce anche Mark Serwotka, leader del PCS, il principale sindacato dei dipendenti pubblici. Secondo Serwotka, Miliband potrebbe perdere le prossime elezioni generali proprio per questi suoi ‘passi falsi’. Un vero e proprio voltafaccia, visto che il supporto del PCS e di qualche altro sindacato era stato cruciale per la scelta su un fratello Miliband piuttosto che un altro nel contest del 2010. Intervistato dal Guardian, il leader del PCS ha detto che “il Labour nel 2015 perderà. E perderà malamente. E questo sarà un disastro per tutti noi perché i Tories taglieranno sempre di più”. Ma c’è di più. Secondo Serwotka, l’abbandono del Labour da parte di molti elettori “non farà altro che far crescere il voto nazionalista in Galles e in Scozia”. Così le gatte da pelare potrebbero venire prima dalle periferie dell’impero. Mentre i sindacati si chiedono sempre di più che fine abbia fatto la sinistra nel Regno Unito.