Sulla riforma delle pensioni il Partito Democratico sembra cominciare a risvegliarsi, almeno un po’, anche nelle sue alte sfere, che fino ad ora, a parte enunciazioni generiche sul fatto che la riforma fosse troppo dura e senza gradualità, non erano sembrate né particolarmente ferme, né particolarmente decise a ottenere miglioramenti; diversamente invece si erano finora mossi alcuni suoi deputati e senatori, in particolare nelle commissioni.

Il Pd chiede ora (!) di inserire alcuni specifici emendamenti nel milleproroghe allo scopo di sanare alcune situazioni gravissime riguardanti i lavoratori con requisiti pensionistici maturati secondo le vecchie regole e non più occupati e per i cosiddetti “lavoratori precoci”.

L’effetto dei cambiamenti delle norme pensionistiche su queste due categorie di cittadini costituisce la punta dell’iceberg di una riforma che di assurdità ne contiene parecchie, a cominciare dall’assenza di una gradualità che almeno rendesse progressive le differenze tra lavoratori anziani, meno anziani e giovani anzichè erigere un muro tra la classe 1951 e quella 1952.

Quello di cui però vorrei parlare è la risposta del Governo, per bocca del sottosegretario Polillo , il quale, recependo le istanze nella loro necessarietà, ha dichiarato: “Sulla necessità di correggere le cose più eclatanti il governo in linea di principio non è contrario. Ma ci sono problemi di copertura. Occorrerà verificare quanto pesano queste richieste di modifica annunciate e come reperire le risorse”.

Andando per gradi, il Governo ammette che ci sono delle cose eclatanti, anzi, più eclatanti, sottintendendo forse che ce ne sono anche altre solo un pò meno eclatanti; secondariamente, indica problemi di copertura per risolvere almeno tali problemi “più eclatanti”. Con tutto il rispetto per le esigenze di bilancio, mi pare che qui siano in gioco anche le esistenze delle persone, in particolare per ciò che riguarda i disoccupati spiazzati dalla riforma che li espone a periodi di indigenza per alcuni insostenibili, e pertanto la domanda da porsi non dovrebbe essere primariamente se ci sia o meno una copertura finanziaria, bensì dove si debba necessariamente trovare tale copertura; in breve, mi sarei aspettato da un ministro del Governo, che avesse detto che a fronte di tali ricadute eclatanti il Governo avrebbe certamente accolto gli emendamenti proposti trovando le risorse dove necessario.

E mi sarei anche aspettato che avesse messo fine allo stato di incertezza chiarendo senza ombra di dubbio che nell’ambito del decreto milleproroghe oppure, ove in questo non fosse possibile per motivi tecnici, in altro provvedimento da votarsi in brevissimo tempo, verrà eliminato ogni limite numerico o di minore risparmio dell’Inps (perché, è bene ripeterlo, di ciò si tratta e non di maggior spesa, in quanto l’Inps dalla previdenza dei lavoratori dipendenti aveva già un attivo) in modo da mettere fine alla tortura alla quale specialmente gli esodati a reddito più basso sono esposti.

Già in occasioni precedenti ho sostenuto che la parte della riforma riguardante le persone non occupate è quella a mio avviso più cinica in quanto ha introdotto colpevolmente gravi aree di incertezza in una materia che non ne può avere. Non ne può avere perché l’impatto della riforma sulle vite delle persone disoccupate sarebbe dirompente e ciò è persino aggravato dalla situazione di incertezza che crea aspettative, docce fredde, nuove speranze, ricadute; tutto questo può trasformare lo scoramento in disperazione, la preoccupazione in rassegnazione e la sensazione di abbandono in totale assenza di speranza.

Giova ripetere: stiamo parlando non di sacrifici più o meno esigibili e accettabili, ma di grave pregiudizio alle vite di molte persone; quanto vale, in termini di bilancio dello stato, la tutela dell’esistenza anche di un solo cittadino? E quale altra spesa (anzi, minor risparmio) può avere priorità maggiore, sempre nel bilancio dello Stato, del preservare tali esistenze in modo qualitativamente decente?

In quattro parole: quanto vale un’esistenza?