Gli hanno rubato l’infanzia tenendolo segregato per tre anni, e poi la vita, strangolandolo e sciogliendo il suo corpo nell’acido: aveva quindici anni ed era il figlio di un pentito di Cosa Nostra. Ma con quel delitto la mafia oltrepassò un confine di ferocia incrinando buona parte del consenso accumulato tra la gente. Dopo una camera di consiglio durata quattro ore la corte di assise di Palermo ha condannato oggi all’ergastolo cinque tra boss e gregari dell’esercito corleonese, per il delitto più efferato della storia recente di Cosa Nostra, il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, rapito per far tacere il padre che da pochi mesi aveva cominciato a mettere nero su bianco i segreti della strage di Capaci e, forse, si apprestava a parlare anche di via D’Amelio.

A svelare nuovi dettagli del sequestro era stato Gaspare Spatuzza, oggi condannato a dodici anni (il pm Fernando Asaro ne aveva chiesti 10 considerando la sua collaborazione ‘’assolutamente determinante’’) e le sue accuse hanno contribuito alla condanna alla massima pena di Giuseppe Graviano, Luigi Giacalone, Francesco Giuliano, Salvatore Benigno, capo e gregari della famiglia di Brancaccio e Matteo Messina Denaro, il numero 1 superlatitante di Cosa Nostra a capo di quella di Trapani.

Consapevoli che l’ostaggio sarebbe stato ucciso, insieme a numerosi mafiosi agrigentini e del nisseno hanno gestito il sequestro di Giuseppe, appena dodicenne, prelevato il pomeriggio del 23 novembre 1993 da un maneggio di Villabate da un commando di mafiosi camuffati da agenti della Dia che lo convinsero a salire in auto raccontandogli che avrebbero dovuto portarlo dal padre. ‘’Papà, amore mio’’, esclamò il ragazzino, e quelle parole segnarono l’inizio di un incubo concluso la sera dell’11 gennaio 1996 quando Giovanni Brusca apprese dalla tv che era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo reagì ordinando l’omicidio del piccolo Giuseppe, tenuto attaccato ad una catena e ridotto ormai ad una larva umana. A strangolarlo furono Enzo Chiodo ed Enzo Brusca, fratello di Giovanni, e il corpo fu poi disciolto nell’acido.

Il sequestro e l’uccisione del figlio del pentito segnarono uno dei punti più alti della ferocia corleonese e colpirono profondamente gli stessi gli uomini d’onore incaricati della gestione del rapimento: “Agli stessi mafiosi a cui era stato affidato il bambino durante i suoi spostamenti – ha detto il pm Asaro – ripugnava tenere segregato il piccolo Di Matteo sequestrato per fronteggiare il dilagante fenomeno dei collaboratori di giustizia e per dare loro un segnale. Il collaboratore di giustizia Ciro Vara ha raccontato che gli era stato riferito che si trattava di un ragazzo di almeno 18 anni invece quando gli portarono il bambino di 12 anni rimase colpito”.

Il giorno dopo il sequestro ai familiari del ragazzo fu recapitato un biglietto con la scritta ‘’tappaci la bocca’’, chiaro segnale per il padre Santino, che aveva iniziato a rivelare i segreti delle stragi mafiose. Ma a svelare gli ultimi dettagli del rapimento è stato Gaspare Spatuzza, componente del commando che rapì il ragazzino nel ’93: il pentito ha chiesto perdono alla famiglia, ma né Santino Di Matteo, né la moglie Franca Castellese, hanno accettato la richiesta.