Lavoratori asiatici della Costa Concordia evacuati dopo il disastro

Tutti salvi. E’ un lieto fine quello che conclude la storia dei 296 marinai filippini, membri dell’equipaggio della Costa Concordia, naufragata all’Isola del Giglio tre giorni fa. A bordo della nave c’erano anche 201 marinai indiani, uno dei quali è ancora fra i dispersi.

I filippini sono tutti salvi e non è un caso: forti di un allenamento e una acquaticità non comuni, hanno una tempra che li rende perfino “assuefatti ai disastri”, pronti a barcamenarsi alla meglio in situazioni estreme. Nell’arcipelago del Sudest asiatico, composto da oltre 7.000 isole, la pesca è, infatti, una delle attività economiche e produttive di primo piano e “andar per mare” è una fatica che si impara fin da bambini. E’ pratica comune vedere i piccoli dei gruppi di etnia “badjao” (i cosiddetti “zingari del mare”), restare ore e ore a mollo nei grandi porti come Manila, Cebu, Zamboanga (dal Nord a Sud dell’arcipelago), mendicando spiccioli che, dalle grandi navi da crociera o dai traghetti, i turisti si divertono a buttare in acqua. I ragazzi filippini, degli oltre 30 gruppi etnici locali, spesso affrontano il mare in tempesta con piccole canoe, solo per portare a casa il pesce necessario all’unico pranzo quotidiano.

Molti di loro restano, poi, nel giro dei “lavoratori del mare”, cercando occupazione come marinai in piccole o grandi compagnie di navigazione commerciali, che fanno la spola nell’arcipelago. Laddove disastri e naufragi sono quasi all’ordine del giorno, dato che le imprese locali sono di frequente improvvisate e le imbarcazioni ben poco sicure. Ma tant’è: i marinai filippini, non si scompongono più di tanto e spesso, in tali drammatiche occasioni, danno prova di essere provetti nuotatori. Per queste loro qualità, sono apprezzati e assoldati dalle navi e dalle compagnie marittime straniere che solcano i mari del Sud e gli stretti malaisiani, un’area con una densità traffico marittimo fra i più alti al mondo. E, forti di questa esperienza, sono fra i marinai più ricercati anche all’estero, dalle imprese occidentali come la Costa: salariati tranquilli, esperti navigatori, con un’ottima capacità di sopportare la fatica.

Il desiderio è reciproco: trovare un lavoro in Occidente (il mito resta l’America) è per loro un’occasione di riscatto e un’opportunità per migliorare sensibilmente la propria vita e quella delle loro famiglie. I 300 marinai di lingua tagalog della Costa Concordia fanno parte degli oltre 10 milioni di filippini che lavorano all’estero, impegnati nelle professioni più disparate: camerieri, operai, cuochi, infermieri, addetti alle pulizie, facchini, infermieri, spesso impiegati nel personale degli alberghi, in ditte che lavorano nell’edilizia, in compagnie navali o petrolifere. E, date le profonde aspirazioni a emigrare – secondo una politica incoraggiata, fra l’altro, dal governo di Manila – i filippini sono presenti e lavorano indefessamente in contesti ad elevato rischio come scenari di guerra, aree di conflitto o ad alta tensione politica e sociale. Il Medio Oriente pullula, dalla Libia all’Arabia Saudita, dall’Iraq all’Iran, agli Emirati. L’Asia Orientale è fra le prime mete, data la prossimità geografica: Indonesia, Malaysia, Giappone, Corea del Sud, Cina, Taiwan e Hong Kong ne sono piene. Gli stati occidentali come Usa, Canada e Australia, oltre all’Europa, restano il sogno nel cassetto: sono spesso raggiunti clandestinamente e diventano luoghi dove, dopo anni di precariato professionale, ci si stabilizza e, faticosamente, si ricongiunge un nucleo familiare per anni dolorosamente spaccato da un distanza oceanica.

Il segreto di questa “epopea”? Ci sono alcuni fattori decisivi, che aiutano a preservare una relazione familiare per anni soltanto virtuale, altrimenti esposta a seri rischi di cedimento: una forte fede nei valori cattolici (le Filippine sono un paese asiatico a maggioranza cristiana); la dimestichezza con gli apparati e le nuove tecnologie (telefonini, internet, etc), che aiutano a ridurre le distanze con i figli, lasciati neonati e ritrovati adolescenti; un consistente volume di rimesse che gli emigrati ogni anno riversano alle famiglie in patria. Le rimesse dall’estero sono, per il governo, una eccezionale gamba di sostegno all’economia e ai consumi interni: nel 2011 hanno superato, oltre le più rosee previsioni, la soglia dei 20 miliardi di dollari, e continuano a crescere a ritmi vertiginosi.

di Sonny Evangelista