Il video postato sulla Rete che mostra alcuni marine americani offendere il corpo senza vita di guerriglieri afgani urinandoci sopra, ha sollevato una marea di reazioni – dal Pentagono al Corpo dei marine, da Karzai alle decine di editoriali sui quotidiani – forse persino spropositate rispetto a un episodio chiaramente marginale. Ma lo spettro di Abu Ghraib da una parte, l’effetto in Afghanistan sul già eroso consenso popolare alla missione internazionale e soprattutto l’intralcio che il video rappresenta mentre si cercano di annodare i delicati fili di un negoziato con la guerriglia, hanno fatto reagire con fermezza e rapidità le autorità statunitensi. Che hanno immediatamente individuato la brigata e i responsabili della prodezza videoregistrata. In realtà, e per quei paradossi tipici della storia, il video, anziché essere l’ennesimo colpo alla credibilità degli Usa, potrebbe rivelarsi persino un atout per il negoziato di pace.

Appena diffuso, il corto ha scatenato reazioni durissime ma non tra i talebani, il soggetto che più avrebbe potuto approfittarne per motivi propagandistici. Anzi. I talebani, che lo hanno qualificato come un caso di ordinaria barbarie tipica di una forza occupante, han fatto sapere che il caso non comprometterà gli sforzi per andare avanti col negoziato i cui problemi son ben altri. La razione statunitense e occidentale ha invece mostrato che né gli americani né gli alleati intendono più tollerare – come finora avvenuto – episodi del genere, di cui la guerra in Afghanistan (con fatti assai più gravi) è stata in questi anni corredata (esecuzioni extragiudiziarie, interrogatori con tortura, vari video di militari in pose più da banditi che da soldati). I problemi del processo di pace, insomma, sono in realtà ben altri. E non sarà l’urina dei marine a renderli più complicati. Semmai il contrario.

Il vero nodo del problema: la gestione del negoziato
Il vero nodo del negoziato, condotto sotto traccia dagli americani da oltre due anni e materializzatosi negli ultimi mesi, risiede nella gestione del negoziato stesso, finora condotto su binari quasi divergenti: da una parte quello gestito dal governo Karzai, dall’altro quello messo in piedi dagli americani (con l’aiuto dei tedeschi e dei partner nel Golfo tra cui il Qatar, dove i talebani potrebbero aprire un ufficio di rappresentanza). Il primo binario si è rivelato così sterile che la guerriglia ha persino levato di mezzo il mediatore scelto dal governo per intavolare i negoziati (l’ex presidente Rabbani). Il secondo – incontri segreti e diretti tra funzionari americani e guerriglia – ha invece portato alla scelta di Doha come residenza dell’ufficio politico talebano. Un passo avanti assai mal digerito a Kabul che si è sentita esclusa da un negoziato che Karzai ha sempre chiarito (sostenuto ipocritamente dal coro unanime della comunità internazionale) avrebbe dovuto essere “solo tra afgani”.

La durissima e legittima reazione di Karzai alle prime indiscrezioni sull’ufficio in Qatar (il richiamo a Kabul dell’ambasciatore), ha complicato il quadro dei rapporti con gli americani assai più dell’urina dei marine. Tanto che la Casa bianca ha dovuto correre ai ripari spedendo in Afghanistan, per mediare e raffreddare gli animi, l’inviato speciale per l’AfPak, Marc Grossman, il tessitore dei colloqui coi talebani. All’irritazione afgana per l’esclusione han per altro fatto seguito, seppur tardivamente, quelle di alcune personalità alleate che hanno voluto chiarire come la comunità internazionale debba restare, nella forma e nella sostanza, un alleato affidabile. Basta leggere le dichiarazioni del rappresentante civile della Nato a Kabul, il britannico Simon Gass, per capire come si stia cercando di riallineare i birilli: Gass ha appena detto che un negoziato guidato da stranieri semplicemente “non porterebbe ai risultati che gli afgani si aspettano”.

La parte dell’Italia
Adesso tutto il gioco si sposta ad Arg, il palazzo presidenziale di Kabul. Grossman dovrà convincere Karzai che d’ora in poi si farà tutto in accordo con lui anche se i talebani, poco interessati a discutere col presidente, hanno appena fatto sapere che il negoziato in sé non significa un riconoscimento automatico del governo di Kabul. Grossman non sarà solo. Anche gli altri inviati speciali per la regione avranno il loro da fare. Nel nostro caso, la grana tocca a Francesco Talò, l’inviato speciale della Farnesina nominato all’inizio dell’estate scorsa in sostituzione di Gabriele Checchia (dopo soli sei mesi di mandato). Talò si trova a gestire coi suoi colleghi un momento difficile e delicato e, come Grossman, è in partenza per Kabul dove tra l’altro sta per subentrare all’uscente ambasciatore Claudio Glaentzer l’ex console generale a Gerusalemme Luciano Pezzotti che lascia la città a fine mese. Uno che nelle situazioni complesse è abituato a vivere.

di Emanuele Giordana