Skip to content


Sei in: Il Fatto Quotidiano > Blog di Furio Colombo > J. E. Hoover, ...

Ci sono molte ragioni per discutere la figura di J. Edgar Hoover, dopo il film di Clint Eastwood. Un uomo ritroso e potente che per 48 anni è stato a capo del Federal Bureau of Investigation, che lui stesso aveva fondato e che ha diretto sotto otto diversi presidenti degli Stati Uniti, tenendo sempre saldamente il controllo della sicurezza americana in circostanze storiche e politiche profondamente diverse, da Harding a Roosevelt, da Kennedy a Nixon.

La parola chiave, se si tenta una descrizione del personaggio, è “controllo”. Per Hoover significa “dominio assoluto” sulla vita e sugli eventi di quante più persone possibile, alle condizioni che lui stesso stabilisce da una posizione allo stesso tempo di estrema importanza e quasi invisibile. Ho vissuto in un’America segnata fortemente dalla figura e dalla persona di Hoover. Ricordo uomini politici e figure pubbliche, costrette a tener conto di quel personaggio, indipendentemente dalla grandezza della loro immagine e dal prestigio del loro talento e della loro celebrità.

Mai incluso e mai escluso da ogni trama o sospetto, premiato per cose vistosamente non fatte e agente segreto di se stesso, era questo il J. Edgar Hoover che mi aspettavo di trovare nel film di Clint Eastwood e nella straordinaria interpretazione di Leonardo DiCaprio. Invece ho trovato un grande dramma di vita privata dove motivi interiori di tormento prevalgono di gran lunga sul più vasto scenario politico e pubblico che pochi personaggi di potere hanno avuto, mai per un tempo così lungo.

Nella figura potente, oscura, ingombrante che occupa così a lungo e con tanto peso la scena degli Usa, e dunque del mondo, che cosa c’è di unicamente, tipicamente americano, al punto d poter dire: ecco, questa è l’America? Per esempio, l’ossessione del comunismo e quella dello “straniero” (e dunque dell’espulsione di presunti colpevoli anche a costo di revocare la cittadinanza) sono un’invenzione della sceneggiatura, una citazione dal vero o il tratto comune e tipico di una cultura?

Di certo Hoover rappresenta molta America (al punto da mostrare una lunga strada laterale che attraversa l’impero americano, lo rafforza ma non lo onora, da Sacco e Vanzetti a Guantanamo) e nega e divide un’America altrettanto grande, ovvero una accanita opposizione a Hoover, popolata di grandi americani, per un periodo così lungo da far pensare a un tratto congenito sull’uno e sull’altro versante, quello del potere ostinato e quello della instancabile difesa del diritto di libertà.

Il paradosso è questo (e il film di Clint Eastwood lo mostra appena): Hoover cerca potere e controllo. E lo vuole assoluto, accanto, non dentro la democrazia, una sorta di terribile ruota di scorta. Percepisce il governo come debole e lontano. Vuole una polizia più agile e potente delle polizie dei singoli Stati che formano gli Stati Uniti d’America. Ma, con la costruzione di un’efficientissima Fbi, fabbrica la macchina che garantirà la protezione dei diritti dei cittadini.

Infatti le peggiori vessazioni dei diritti dei cittadini, come ha imparato presto la Lega Nord in Italia, si compiono nella periferia del sistema giuridico di un Paese. Nei piccoli centri americani nessuno e niente (tranne la violenza) avrebbe potuto porre fine all’arbitraria e crudele discriminazione razziale che segregava la popolazione afro-americana (allora si diceva “colored people”) e la confinava in un destino inferiore. Ma quando un governo federale (quello di John e Robert Kennedy) ha voluto cambiare il Paese e tagliare la strada al razzismo, ha avuto lo strumento adatto nella polizia federale che prende il posto dello sceriffo eletto in un luogo e votato per la continuazione del razzismo.

E quando il movimento di Martin Luther King, detestato da Hoover che non vuole potere popolare, fa diventare legge “i diritti civili”, il nuovo ordine giuridico che va a sovrapporsi alle leggi precedenti, cancellando automaticamente le più odiose leggi razziali, ci vuole una polizia nazionale e federale per identificare e reprimere i reati contro i diritti delle persone.

Tutto ciò non è avvenuto subito (contro il governatore Wallace dell’Alabama, Robert Kennedy ha minacciato l’invio di paracadutisti, nel 1962). Ma quando, dopo Hoover, il pestaggio selvaggio del giovane nero Rodney King, da parte di poliziotti di Los Angeles, ha provocato la rivolta e l’incendio della città (1992), Washington ha potuto usare la polizia federale per ridare fiducia ai cittadini, il Tribunale federale per processare i poliziotti locali e le truppe federali per ristabilire e mantenere l’ordine.

Qualcuno – Hoover – ha lavorato bene al fine esclusivo di avere autorità e creare potere al di fuori della democrazia. Qualcuno – Martin Luther King e Robert Kennedy – ha usato con abilità e bravura quello strumento per fare del processo democratico un territorio grande e protetto dei diritti di tutti, molto al di sopra di possibili arbitri e prepotenze dei poteri locali e chiamando l’opinione pubblica a testimone e sorvegliante dei diritti garantiti. Non è soltanto la narrazione di un lieto fine, ma un modo per mettere in evidenza ciò che vi è di tipicamente americano in questa storia: l’ostinazione democratica.

Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2012