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Questa storia degli stipendi dei parlamentari e dei politici in generale è stata affrontata dal governo Monti in maniera sbagliata. E poiché io sono un estimatore del governo dei tecnici e di quello Monti in particolare mi dispiace proprio che questo sia avvenuto. Però è avvenuto.

Sappiamo tutti che si era stabilito che la Commissione Giovannini svolgesse un’indagine sugli stipendi dei parlamentari europei e che quelli dei nostri dovessero essere parificati alla media di quelli. E sappiamo anche che i risultati dello studio non sono piaciuti a nessuno dei parlamentari di casa nostra. Quanto agli altri politici (Regioni, Province e Comuni) in pratica non se ne è parlato più. Il risultato era scontato. Il governo Monti ha sostituito una piccola parte della casta politica italiana (47 fra ministri, viceministri e sottosegretari contro i circa 100 del governo B); il Parlamento è rimasto invariato.

Pensare che questa gente, di cui abbiamo apprezzato per anni etica e professionalità, avrebbe accettato una diminuzione delle sue prebende, andava al di là dell’ingenuità: semplicemente era stupido. Ma anche il metodo era sbagliato. Che senso ha paragonare i costi della politica italiana (una parte, quella parlamentare) a quelli della politica francese, tedesca, inglese e degli altri paesi europei ben lontani dalla bancarotta? Se davvero la soluzione corretta per determinare il livello della retribuzione dei parlamentari italiani fosse stata quella dell’allineamento alle corrispondenti retribuzioni europee, allora ci si sarebbe dovuti confrontare con paesi la cui economia fosse parimenti confrontabile con la nostra: Spagna, Grecia, Irlanda, Portogallo. La riduzione delle prebende parlamentari trae origine dalle difficoltà economiche che stiamo attraversando. E, a questo punto, che il confronto sia ponderato: poiché gli Stati ricchi possono permettersi di pagare ben di più degli Stati poveri, questo lo capisce chiunque. Dunque confrontiamoci con gli Stati che sono nella nostra stessa situazione, quelli poveri appunto.

Ma in verità non si capisce perché dovremmo confrontarci con qualcuno. Se gli altri Stati sbagliassero e pagassero i parlamentari troppo o troppo poco, noi dovremmo forse adeguarci? Come suol dirsi, sappiamo benissimo sbagliare da soli; e, in effetti, così è andata in tutti questi anni. Ora pare proprio che sia arrivato il momento di fare bene da soli, visto che un governo capace di fare il proprio mestiere c’è anche in Italia. E dunque, come si è determinato il livello delle pensioni e degli stipendi pubblici, come si sono decurtati i redditi di milioni di italiani, come si è aumentata l’Iva e introdotta l’Imu; così si stabilisca quanto debbono guadagnare i parlamentari. Non perché i loro colleghi europei guadagnino di più o di meno; ma perché l’Italia tanto può pagarli e non un euro di più. E, nello stesso modo si stabilisca quanto debbono guadagnare sindaci, presidenti di Regione e di Provincia, consiglieri etc etc: tanto l’Italia può pagarli e non di più. Si stabilisca anche se proprio ci servono tanti enti locali e relativi politici. Il momento è propizio. E, se a qualcuno venisse in mente di concionare ancora sui “costi della democrazia”, non si perda tempo a discuterci; semplicemente lo si mandi a… quel paese.

Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2012