Sui giornali di oggi sono rimasti solo residui di notizie sulla riforma delle pensioni, purtroppo prevalentemente nella cronaca nera. Eppure la riforma è tanto epocale da avere suscitato gli elogi perfino della Merkel la quale si è congratulata con Monti, con una punta di incredulità, per la velocità e l’intensità di un colpo così forte allo stato sociale italiano; eppure gli umori dei cittadini (dei populisti, per dirla come Passera) sono piuttosto torvi; i messaggi di insulti a partiti e organizzazioni sindacali fioccano sul web insieme a minacce di non voto e di distruzione delle tessere; eppure molti cadono in depressione e in casi estremi non ce la fanno; eppure le redazioni dei giornali ricevono sicuramente quotidiane missive di contestatori e di disperati.

Forse è il ritmo del vivere di oggi che fa sì che ormai si macinino notizie, eventi e disgrazie in un lampo? Oppure si teme che la superficialità che connota tanti rapporti renderebbe noioso al lettore l’approfondimento? Oppure si vuole al più presto sotterrare la riforma delle riforme per timoew che qualcuno, riflettendoci, abbia un rigurgito di ribellione poco britannica?

Ma anche sull’agenda politica non ci sono rimaste che tracce di discussione sulla riforma; una parte ovviamente gongola per avere visto fare ciò che aveva in cuore di fare ma che non poteva; un’altra preferisce non discutere di cose su cui sente la coscienza non troppo pulita, consapevole di avere avvallato l’improponibile, mentre forze purtroppo marginali, almeno per ora, alzano la voce ma predicando nel deserto.
E che dire delle organizzazioni sindacali, irrise dal serafico Monti che si è perfino preso il lusso di fare battute sulle tre ore di sciopero? Beh, almeno per queste trovo se non una giustificazione, almeno un motivo: l’offensiva mediatica già partita sull’articolo 18 e quella adombrata sugli ammortizzatori sociali troppo costosi sono minacce di una guerra logorante che potrebbe richiedere di tenere da parte tutte le armi, affilandole. Solo che mi sembra sia sfuggito a Camusso, Bonanni e Angeletti che questa è una guerra in cui le armi vincenti sono la divisione delle forze altrui e l’effetto shock e nella quale perdendo una battaglia si è già probabilmente persa la guerra.

Non vorrei scomodare Milton Friedman, ma che la crisi economica, al pari di altre tragedie fosse un terreno ideale per chi voleva fare riforme politicamente improponibili in tempi normali, ancorché non necessarie, il suddetto l’aveva teorizzato già cinquanta anni fa e quindi l’effetto ariete dello shock si poteva prevenire facendo un po’ di informazione e vaccinazione preventiva; quanto alla divisione delle forze, i sindacati pingui di tessere di pensionati, che tipo di supporto pensano di ricevere da questi quando verranno morsi i garretti delle forze lavoro attive? Anche il “divide et impera” non è cosa nuova e sorprendente.

Così siamo presi tra i liberisti spinti, fiancheggiati dai registi dell’oblio, i keynesiani messi all’angolo dalla minaccia di vedersi attribuire la responsabilità di una crisi peggiore che comunque ci sarà o no indipendentemente dalla riforma delle pensioni e dai loro voti e i rappresentanti dei lavoratori dipendenti che sembrano aggirarsi sul ring con le gambe molli, dopo un ko. A questi ultimi va il mio supporto morale, che non va invece agli altri, ma la loro tattica è perdente e purtroppo perderà.