Fumata nera al palazzo della Consulta. I 15 giudici costituzionali non hanno deciso se dare o meno il via libera al referendum elettorale che chiede la cancellazione del Porcellum, la legge che fa decidere ai partiti i candidati (e gli eletti) al Parlamento.
Ieri sembrava che la sentenza sarebbe arrivata in serata, ma poco prima delle 19 i membri della Corte si sono dati appuntamento per questa mattina alle 9. 30. Evidentemente non sono bastate le 6 ore di discussione per arrivare a un verdetto che attendono milioni di italiani. C’è o non c’è il vuoto normativo se si va a referendum e si abroga il Porcellum? Torna in vita o non torna in vita una vecchia legge? E l’eventuale sistema che resta in piedi, la cosiddetta “normativa di risulta” può, in astratto, garantire le elezioni? Sulle risposte a queste domande, fondamentali per dichiarare ammissibile o meno il voto popolare, si sono confrontati i giudici che hanno fatto diversi “giri di tavolo”.
L’orientamento della Corte oscillerebbe tra l’inammissibilità totale (in leggera maggioranza) e l’ammissibilità solo del secondo quesito che prevede il tramonto del Porcellum non con un’abrogazione secca (come propone il primo quesito) ma con una cancellazione “selettiva”, ovvero l’eliminazione dei cosiddetti “alinea” del Porcellum. Entrambi i quesiti, comunque, puntano a far riemergere il Mattarellum (sistema uninominale maggioritario con un 25 % di proporzionale). Ieri mattina, in meno di due ore, i referendari si sono giocati le ultime carte davanti ai giudici per convincerli a dare il via libera al voto che cancellerebbe la legge elettorale firmata nel 2005 dal leghista Roberto Calderoli e votata oltre che dal Carroccio anche da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Udc.
A porte chiuse, dopo una relazione del giudice Sabino Cassese, definita “neutra” dagli avvocati del comitato promotore, ci sono stati gli interventi in rappresentanza dei quesiti referendari. I professori Federico Sorrentino e Nicola Sandulli hanno parlato a sostegno del primo quesito mentre i professori Alessandro Pace e Vincenzo Palumbo, a sostegno del secondo. Hanno ribadito che con il referendum non ci sarebbe né un vuoto legislativo né la cosiddetta “reviviscenza” di una legge (principio sul quale la Consulta si è espressa negativamente in precedenza), ma ci sarebbe una “riespansione” del Mattarellum. “Non scommetto mai. Né sui giudici né sui cavalli”, ha risposto il professor Pace a chi gli chiedeva una previsione sul verdetto, “ma se la Corte Costituzionale giudica secondo diritto, non può dire di no”. Pace, che ha definito il Porcellum “una espropriazione al diritto di voto”, ha raccontato che il giudice Casse-se “ha posto una domanda per il primo quesito e due domande per il secondo. La questione posta riguarda la reviviscenza della legge elettorale precedente, sia nell’uno che nell’altro quesito ed il rapporto fra la linea delle disposizioni e l’enunciato della legge”.
Spera molto nel via libera al referendum, anche il professor Palumbo: “Dopo esserci spesi tanto nelle nostre arringhe e nel grande sforzo di raccolta delle firme, ci aspettiamo che la Consulta prima di dirci un eventuale no ci pensi almeno un milione e duecentomila volte, tanti quanti sono stati i cittadini che chiedono di cambiare il Porcellum”. Davanti alla Corte, a favore dell’ammissibilità, hanno parlato anche gli avvocati Pietro Adami e Paolo Solimeno, per conto dell’Associazione dei giuristi democratici.
Hanno sostenuto, però, che non ci può essere “l’effetto Lazzaro”, cioé il ritorno del Mattarellum, ma che l’inevitabile vuoto normativo, conseguente al voto referendario, si può colmare. In sostanza hanno chiesto di dichiarare incostituzionale la legge sul referendum, nella parte in cui consente di differire solo di 60 giorni “l’efficacia degli esiti referendari”, in modo da concedere più tempo alle forze politiche per riscrivere la legge elettorale. Se la Consulta dovesse ammettere il referendum, si voterà tra il 15 aprile e il 15 giugno, a meno che il Parlamento approvi una nuova legge elettorale. E, infatti, il vice segretario del Pd, Enrico Letta, ha auspicato un tavolo “dei partiti della maggioranza per individuare una legge elettorale che ridia all’elettore la forza e la possibilità di scegliere i propri rappresentanti”. Una prospettiva che fa infuriare l’Idv. “Vogliono escluderci e ripristinare il proporzionale – dice Antonio Di Pietro – per tornare alle pratiche da Prima Repubblica”.














