Riprende il nostro viaggio nel mondo della musica underground, quella dei nomi non ancora celebri, lontana dal cosiddetto mainstream, e andiamo a conoscere una band bresciana/bergamasca il cui nome Kaufman è un tributo ad Andy Kaufman, stralunato genio dello spettacolo newyorchese, ma anche a Charlie Kaufman, sceneggiatore altrettanto alternativo e a Millard Kaufman, l’inventore di Mister Magoo. “L’idea era un nome che fosse in qualche modo un archetipo collettivo di una cultura pop ma sofisticata americana. Il che, poi, trova una corrispondenza proprio nelle influenze musicali che guardano soprattutto al pop rock sofisticato di band come R.E.M., Band of Horses, Death Cab for Cutie” ci spiega Lorenzo il cantante della band. I Kaufman si sono formati nel 2008 con Lorenzo Lombardi alla chitarra e voce, Simone Prestini al basso, arrangiamenti e produzioni artistiche, Luigi Suardi, chitarre e cori, Leonardo Traina alla batteria e, da pochi mesi, con Alessandro Micheli, polistrumentista.

A tre anni di distanza dal precedente Interstellar College Radio sono tornati con Magnolia, titolo tratto da una canzone presente nell’album che parla di felicità e panico e al tempo stesso di un amore eterno. “La magnolia è un rimedio naturale contro l’ansia. Un’immagine efficace in questi giorni in cui il panico è vertiginoso sotto ogni punto di vista. Una specie di cura all’isteria di massa“, ci dice il leader del gruppo. I Kaufman hanno talento e in Magnolia, oltre a esprimere le loro potenzialità, mostrano di avere anche un animo romantico che emerge dai testi dei loro brani con il linguaggio della gratuità, la poesia, antitesi della comunicazione basata sull’utile che si consuma in un soffio. Sono autori di un bellissimo concept album che è dedicato al tema della “contraddizione” e che è uscito l’8 novembre scorso nei negozi anticipato dal singolo Labbra. Inoltre è disponibile sui principali portali digitali con etichetta Mizar/Penthar Music/Halidon. È un disco importante per la band soprattutto perché segna il passaggio definitivo dall’inglese all’italiano nel metodo di composizione dei loro brani. In più nel disco sono presenti diversi ospiti d’eccezione, tra i principali Omar Pedrini (ex Timoria) e l’ex calciatore del Brescia Antonio Filippini, che in un brano si cimenta con l’armonica assieme al banjo di Fabio Dondelli degli Annie Hall. L’album, prodotto da Simone Prestini e Marco Franzoni, è composto da dodici canzoni di dichiarata ispirazione brit-rock. Abbiamo intervistato Lorenzo Lombardi, voce della band per saperne di più sui Kaufman e la loro musica.

Per prima cosa parlerei della decisione che avete preso di comporre dall’inglese all’italiano. Una scelta che personalmente apprezzo. E’ il segno della vostra maturazione?
È una convinzione che nasce da molto lontano in realtà, ogni volta che qualcuno esprimeva il desiderio di capire istantaneamente, con la musica, il mondo evocato anche dalla parola. Voglio dire, l’impatto comunicativo dell’insieme musica, melodia e parola è in grado di dare sfumature molto più interessanti. E poi c’è anche il senso della sfida: provare a lavorare sul linguaggio che meglio possiedo, per ragioni ovvie, in ambito musicale è un’opportunità che non può essere messa in un angolo tanto facilmente. La lingua dice tantissimo, pesa come una pietra. C’è la faccenda del significante. Mi spiego facendo l’esempio del noto libro di J. D. Salinger Il giovane Holden. In inglese il titolo originale è The catcher in the rye cioè, letteralmente, ‘l’acchiappatore nella segale’ e il significato viene spiegato poi in un capitolo del libro. Ma il problema è il significante, cioè la parola stessa e il mondo che richiama nell’immaginario collettivo del mondo che percepisce quel titolo. Il catcher in America è il tipo che nel baseball ha il guantone e riceve la palla, una figura quotidiana per un americano medio. E rye è la segale certo, ma da quella segale si trae il whisky e nei posti di provincia chiamano direttamente rye il liquore stesso. Quindi se guardassimo il significante, potremmo tradurre quel titolo come ‘il terzino del Chianti’ nell’immaginario italiano. Ecco, qui sta il punto. Il significato l’ho sempre trovato banale e poco adatto a una canzone. Per la politica ci sono comizi lunghi e articolati, per la filosofia manuali, per raccontare una storia che abbia un’articolazione non banale serve la prosa. Una canzone invece è quasi una poesia, con l’arma delle note in più. Il senso sta in un gesto solo, il resto è quel mondo che è costruito sul mondo che il suono delle parole creano. Le canzoni che scrivo provano a essere questo… un quadro dipinto a parole che creano una fotografia… a tratti grossi, un po’ impressionista, ché in poche pennellate si deve aver catturato il momento.

Come nascono le vostre canzoni? Mi descrivereste il vostro metodo di composizione?
Generalmente io compongo la canzone chitarra e voce, poi Simone lavora all’arrangiamento e alla costruzione del mondo di suono che ci siamo prefissati e Leonardo e Luigi poi lavorano sul pezzo. Ovviamente è un modo di sintetizzare schematicamente un processo che è tutt’altro che rigido. Che, anzi si evolve e si modifica di volta in volta seguendo un fattore emozionale. Una canzone comunque nasce in un processo che considero abbastanza… inspiegabile o, quantomeno, irrazionale. Nasce da un’esigenza, o meglio, da un’urgenza creativa: quella di conservare disperatamente gli istanti; dicevo prima dell’impressionismo, ecco, l’idea è quella… hai poche frasi per cristallizzare un evento e non farlo perdere nella polvere, per non dirgli addio. E io, come Holden, odio gli addii.

Quali sono le vostre ambizioni? E qual è il vostro sogno?
L’ambizione di ogni band sarebbe vivere della propria musica. Capisco sia chiedere troppo. Basterebbe avere una possibilità di essere visti o ascoltati, avere una finestra verso il pubblico, anche solo per mettere davvero alla prova il talento o prendere coscienza della sua assenza.

Cosa ne pensate dei format televisivi che si occupano di musicisti emergenti? Partecipereste a programmi tipo X-Factor?
Trovo che trasmissioni come quella abbiano un senso esclusivamente televisivo. Persone che non scrivono una nota o una parola, persone che non hanno mai fatto nulla musicalmente parlando, di un’età sempre più drammaticamente vicina all’infanzia (la vincitrice di X-Factor ha 16 anni) secondo un meccanismo che dice: ‘Ehi, prima diventi un personaggio televisivo, prima diventi famoso. Poi qualsiasi cosa canterai andrà bene’. La musica non è televisione; nella musica il successo è determinato dal fatto che ci sia un pubblico conquistato data dopo data, disco dopo disco. I ragazzini dei reality, che piangono quando vedono uscire il loro disco di cui non sanno nulla (ovviamente spinto in testa alla classifica) sanno che là fuori ci sono migliaia di artisti che suonano, scrivono, conquistano il pubblico ogni giorno?

Internet e musica: che rapporto avete con la tecnologia e come pensate la Rete possa aiutarvi?
La rete e i social network sono indispensabili per una band emergente perché sono uno strumento di diffusione delle informazioni e di promozione a basso costo. Certo, non raggiungono un bacino di utenza grande come la tv o le radio, ma consentono di crearsi una fan base.

Cosa ne pensate del panorama musicale italiano e cosa consigliereste a un discografico?
Il panorama musicale italiano presenta artisti di valore ovviamente. Tuttavia si ha l’impressione che non ci sia spazio per nuove band, nuovi artisti che non vengano già dalla tv. Sembra ci sia una saturazione, come se ci fossero colli di bottiglia sempre più stretti anche per lo spazio sempre più ridotto destinato alla musica.

E per chiunque fosse interessato ad approfondire la conoscenza della band, basta andare sul loro MySpace dove potete ascoltare i brani ed essere aggiornati sulle attività future. Vi invito tutti a contattarmi all’indirizzo prinaldis@gmail.com per farvi conoscere e propormi la vostra musica. Vive le Rock!