Prima di andarsene, ci ha lasciato la maturità artistica e noi, già orfani di un rock morto e sepolto, gli scodinzolavamo attorno. Ci ha lasciato un disco, un tour e una canzone, Marinella, cantata insieme a Mina. Quando Vincenzo Mollica gli chiese della sfida di cantare con Mina, Fabrizio De André, Faber per alcuni amici, Fabrizio per altri, De André per tutti quelli che non l’hanno conosciuto ma amato incondizionatamente, rispose tirando forte l’ennesima Marlboro: “Una bella sfida, cantare con Mina, perché la voce di Mina è un miracolo. Credo che abbia una memoria prenatale della musica, quel sapere prima di conoscere che è tipico della genialità”.

Così lasciò i microfoni De André a Vincenzo Mollica. Con pochi giornalisti riusciva a parlare sorridendo, e tra questi c’erano sicuramente Molllica, Cesare Romana, unico biografo riconosciuto di De André, e pochi altri amici del giro sardo, quelli che andavano a trovarlo all’Agnata, l’azienda agrituristica che si era costruito a dieci chilometri di niente da Tempo Pausania da dove nel 1979 venne sequestrato dall’Anonima e dove tornò, per rimanerci altri vent’anni. Nessuno lo avrebbe fatto. “Io sono libero”, disse, “i sequestratori no”, disse poco prima di comporre quel capolavoro che è l’Hotel Supramonte.

Oggi sono 13 anni che De André se n’è andato. Non servono a niente le parole, per lui parlano la musica e le interviste, quasi sempre lucide, appassionanti. Non serve a niente mescolare le parole e i ricordi. Basta ascoltare La domenica delle salme e capire quanti anni fosse avanti Fabrizio. È la quasi radiografia di quello che siamo oggi. Un Paese misero, circondato da governanti tromboni.

Lo avremmo ascoltato ancora a lungo. I cantautori hanno sempre percorso una strada che per noi, che stavamo ad ascoltarli, raggiungeva l’apice vent’anni prima. L’unico che è riuscito a sovvertire questa regola è stato De André: dal primo disco, Volume 1, è stato un continuo crescere, fino all’esplosione di Creuza de Mä, forte come una libecciata, da scompigliarti i capelli e l’anima, alle Nuvole e Anime Salve, in parte scritto a quattro mani con Fossati.

Ti ricordiamo così, senza andare oltre e scadere nella retorica, magari pensando a quella Preghiera in gennaio che oggi ti dedichiamo, come tu facesti con Luigi Tenco.