Pastore di anime e sospettato di ‘bracconaggio’. Sarà denunciato per violazione della legge sulla caccia il parroco di Torre Maina di Maranello Piero Sacella, ufficiale degli Alpini e assistente spirituale dell’Accademia militare di Modena, a seguito della sua deposizione al processo per l’omicidio di Franco Gatti, titolare della Dosem Ceramiche. L’imprenditore fu freddato il 29 luglio 2010 con due colpi di arma di fuoco e gettato nel pozzo del casolare di Sant’Antonino di Casalgrande (Reggio Emilia) di proprietà dell’ex socio e unico imputato Vittorio Miani.

Il sacerdote, estraneo all’omicidio e sentito come testimone in corte d’assise a Reggio, ha detto di aver partecipato a una battuta di caccia assieme a Miani dieci giorni prima della scomparsa di Gatti, periodo in cui l’attività venatoria è vietata: “Lui non ha esploso alcun colpo di fucile, sono stato io a sparare ad un capriolo”. La moglie della vittima, Giordana Notari, si è rivolta indignata al parroco: “Lei deve andarsi a confessare”.
Le parti hanno letto le parole del testimone in chiave opposta: per l’avvocato difensore Mario Marchiò le battute effettuate dall’imputato in quei giorni spiegano le tracce di polvere da sparo rinvenute dal Ris dei carabinieri sui calzoni. Al contrario, secondo il pm Katia Marino che contesta l’omicidio premeditato per presunti crediti inevasi (e continua a indagare nel procedimento stralcio sul figlio Marco per l’occultamento del cadavere), resta intatta la prova che Vittorio Miani uccise l’ex socio con la sua carabina calibro 22, arma che non riporta tracce ma è ritenuta dal perito balistico Roberto Goldoni compatibile coi due colpi che raggiunsero la vittima alla schiena e al mento. L’avvocato di parte civile Lorenzo Muracchini ha poi ricordato l’abitudine dell’imputato a sparare infrangendo le regole venatorie. Ma al di là dell’esito processuale, con la sentenza attesa il 27 gennaio dopo requisitoria e arringhe, la testimonianza di don Sacella apre un altro filone.

Il sacerdote 56enne, da tre lustri alla Chiesa di Torre Maina di Maranello e tenente colonello degli Alpini, era attenzionato da Polizia provinciale e Corpo forestale dello Stato per caccia di frodo in Emilia Romagna, Veneto e Trentino Alto Adige, indagini che però non avevano finora ottenuto riscontro. Autorizzato a cacciare e abilitato alla riduzione numerica delle specie dannose, ad esempio i cinghiali, in questo caso sarebbe però scivolato sulla pausa della stagione venatoria. Come ha rimarcato in aula il maresciallo dei carabinieri di Casalgrande Filadelfio Furnò, la caccia al capriolo era vietata dal 15 luglio al 15 agosto. Così ha risposto don Sacella alla Corte: “Non sono sicuro che fossimo in territorio reggiano perché in quell’area le due province si toccano, io ho l’autorizzazione per cacciare nella zona di Modena”.

Mentre la polizia giudiziaria sta valutando se procedere, le associazioni ambientaliste hanno già pronto un esposto da depositare all’autorità giudiziaria nei confronti di don Sacella. In ogni caso la Procura di Reggio Emilia si occuperà dell’ipotesi di violazione della legge sulla caccia 157 del 1992 (articolo 30, comma 1, lettera A), delitto contravvenzionale punito con l’arresto da 3 mesi a un anno o un’ammenda da 926 a 2754 euro, e con la sospensione della licenza di porto di fucile per uso di caccia.